Peggio di quanto previsto a giugno. È questo il succo dell’aggiornamento dello scenario del trasporto aereo elaborato dall’International Air Transport Association (IATA). Se un mese fa si puntava a tornare ai livelli di traffico pre-Covid nel 2023, ora gli esperti dell’associazione hanno dovuto spostare in avanti di un anno, al 2024, il traguardo di questa previsione.

I flussi dei passeggeri osservati a livello mondiale a giugno, infatti, portano a prefigurare una ripresa più lenta del previsto. Il traffico (misurato con l’indicatore dei passeggeri per km percorsi – Rpk) di giugno di quest’anno, rispetto allo stesso mese del 2019, è diminuito dell’86,5%, una percentuale di poco migliore rispetto al -91% registrato a maggio, probabilmente spinta dalla timida ripresa della domanda domestica, soprattutto in Cina.

Guardando complessivamente al 2020, le stime della IATA parlano di un calo globale del numero di passeggeri del 55% rispetto allo scorso anno, una prospettiva peggiore di quanto ipotizzato ad aprile, quando si parlava di una diminuzione del 46%.

Da dove arriva questa revisione peggiorativa delle stime? Sostanzialmente da tre fattori. Il primo riguarda la situazione sanitaria ancora particolarmente critica negli Stati Uniti e nelle economie in vie di sviluppo che, complessivamente, rappresentano circa il 40% dei viaggi aerei internazionali. Il secondo la forte riduzione dei viaggi aziendali, gran parte dei quali andavano a incidere sul settore business, viaggi che sono stati rimpiazzati in modo consistente dal sistema delle videoconferenze. Il terzo fattore che, secondo la IATA, sta ostacolando la ripartenza è la debole fiducia dei viaggiatori sul futuro del proprio lavoro e dell’economia in generale, mentre continuano a essere molto forti le preoccupazioni per la sicurezza sanitaria.

A parlare della situazione senza precedenti che il settore aereo sta attraversando è stato anche l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile in Italia, con un picco negativo del -98% dei voli rispetto all’anno precedente raggiunto durante il lockdown (viaggiavano solo le merci), come ha sottolineato il Presidente Nicola Zaccheo, nel corso della Relazione annuale di ENAC.

Serve, dunque, supportare l’intero settore – e non singole compagnie – per accompagnare davvero la ripresa economica e non fare passi indietro rispetto al diritto alla mobilità acquisito negli ultimi anni, partendo dalla liberalizzazione del mercato di fine anni Novanta, da un numero sempre maggiore di cittadini, soprattutto grazie alle compagnie low cost.

«L’impatto deflagrante dell’epidemia ha coinvolto, con un effetto domino, tutto il settore» ha detto Alessio Quaranta, direttore generale di ENAC nel suo intervento alla presentazione del rapporto e del bilancio sociale 2019 dell’Ente. «Occorre pertanto individuare, secondo un principio di ragionevolezza e proporzionalità, le misure necessarie a far ripartire il sistema, in quanto, è evidente, nessun operatore della filiera produttiva deve essere abbandonato essendo parte di un unico ingranaggio. La stretta interdipendenza dei vari operatori all’interno della catena produttiva non rappresenta tuttavia un “vulnus” – ha proseguito Quaranta – se si identificano correttamente le priorità di intervento nella convinzione che esiste un effetto “moltiplicativo” della singola misura di sostegno che si riverbera, producendo effetti positivi a cascata, sugli altri operatori che non beneficiano, in via diretta, della misura stessa».

Il “vulnus”, però, emergerebbe tutto nel caso in cui priorità, sostegni e decisioni andassero solo a operatori che quell’effetto “moltiplicativo” non sanno attivarlo. E sarebbe un vulnus enorme per l’intero sistema-Paese.

 

 

Francesca Maffini

 

 

 

 

 

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