I’ve decided that Kamala Harris is the best person to help me take this fight to Donald Trump and Mike Pence and then to lead this nation starting in January 2021”. Con questo post delle 22:30 (orario italiano) dell’11 agosto, Joe Biden ha annunciato al mondo che la sua candidata per la Vicepresidenza degli Stati Uniti d’America sarà Kamala Harris. Non una sorpresa, ma una scelta a suo modo storica. A sei giorni dalla Convention di Milwaukee che incoronerà Biden come nominee dem, l’unica pedina ancora da muovere era quella della scelta della propria vice. Parlo al femminile, perché Biden aveva già fatto sapere che la prescelta sarebbe stata una donna. Joe aveva un ventaglio molto ampio di possibilità. Poteva scegliere una donna liberal al punto da piacere alla base di Sanders (Warren). Poteva scegliere una che strizzasse l’occhio alla comunità nera (Rice o Harris), cioè quella che gli aveva dato il la per il successo alle primarie con la vittoria in South Carolina. Poteva sparigliare con Gretchen Whitmer, governatrice del Michigan che nelle settimane più dure del Covid aveva saputo costruire una buona immagine di sé. Di sicuro Biden non poteva ignorare il problema età, lui che a novembre compirà 78 anni. Probabilmente troppo âgée per un secondo mandato, Biden aveva bisogno di una donna abbastanza giovane che potesse ambire a succedergli nel 2024, ma anche politicamente già pronta a sostituirlo in caso di – si spera di no – suo prematuro decesso.

 

Kamala rispondeva ad ognuna di queste esigenze. 55 anni e già senatrice, in passato ha ricoperto anche la carica di Procuratore Generale della California. L’esperienza di certo non le manca, l’appeal liberal neppure, venendo da uno degli stati più liberal del Paese. Ma è comunque ancora vista come una moderata, il che la fa apparire decisamente credibile in coppia con Biden. Candidata già alle primarie del 2020, ha lasciato la corsa a dicembre 2019, quindi prima del caucus dell’Iowa. Ma che non sia focalizzata sulla presidenza certo non glielo si può dire. Anzi, questo per alcuni è il vero neo della sua candidatura: il rischio è che sia troppo proiettata alla successione di Biden. Per il resto la sua scelta è già di per sé storica. È la prima donna non bianca ad essere candidata alla Vicepresidenza per uno dei partiti maggiori. La prima di origine asiatica. La terza in assoluto. Mai nessuna donna è stata eletta nel ticket presidenziale. Se eletta, scriverebbe sicuramente una pagina importante della storia degli USA. E sarebbe solo agli inizi. In generale, il Partito Democratico statunitense è dal 2004 che non candida due maschi bianchi e questo già è indicativo di come la piattaforma dem si sia aperta, ampliata e diventata sempre più liberal negli ultimi quindici anni. In un’elezione in cui molto peserà ancora il movimento del Black Lives Matter, Harris può vantare una doppia posizione: quella di donna nera e quella di ex procuratrice attenta alle tematiche della sicurezza. Pro diritti e pro ordine, un colpo al cerchio e uno alla botte. Un assist ai liberal e uno ai moderati. Se sarà brava a cavalcare l’onda senza accuse di ideologismo avrà vinto anche questa battaglia. Ma il vero motivo della scelta di Harris è un altro ancora. Raramente un candidato vicepresidente è davvero influente nel voto di novembre, spesso neanche nel proprio Stato di appartenenza. Serve più per completare la figura del candidato presidente. Ed è su cosa rappresenta quest’ultimo che si vota. Quello che deve fare un buon vice, insomma, è non fare danni. Quest’anno in particolare, visto che la strategia di Biden è rendere l’elezione di novembre un referendum su Trump. Per questo è ancora intervenuto poco, perché crede possa bastare Trump stesso con le sue uscite negative (su tutte la gestione della crisi coronavirus) per sconfiggere The Donald. Biden cercava quindi sì una donna, giovane, nera, esperta ma che soprattutto non avesse scheletri nell’armadio e che potesse evitare figuracce nei prossimi tre mesi. Harris, personalità già conosciuta e già scandagliata dalla stampa nel recente passato, era ed è quella che da questo punto di vista gli offriva maggiori garanzie. E quindi Harris è stata allo stesso tempo la scelta meno sorprendente ma più storica che Biden potesse fare. Sicuramente la più utile. D’altronde forse Biden ci aveva dato già qualche indizio quando aveva mostrato “casualmente” un foglio in cui aveva appuntato tutte le qualità di Harris o quando, al momento di presentare la scaletta della Convention, si è visto che Harris avrebbe parlato l’ultimo giorno proprio prima di lui e della sua famiglia.

 

Ma cosa dicono i sondaggi? Sicuramente che a livello nazionale Biden è avanti di 8 punti percentuali, in accordo con il modello di FiveThirtyEight. Sebbene questo sia un indice da prendere con le pinze, visto che l’elezione dipende dal voto in alcuni stati chiave (come ci insegna la sconfitta “vincente” di Hillary nel 2016), Biden è comunque favorito perché avanti laddove serve. E perché non è “odiato” tanto quanto lo era la Clinton. Ma attenzione alle rimonte di Trump: ha stupito una volta e nessuno può dire con certezza che non sia capace di bissare il successo.

 

Andrea Maccagno