L’allarme viene lanciato forte e chiaro da Roma dove le agenzie Onu celebrano il World Food Day: i cambiamenti climatici e le guerre sono catastrofi che messe insieme, stanno creando una "tempesta perfetta" che rende molto difficile raggiungere l’obiettivo delle Nazioni Unite di sconfiggere la fame entro il 2030.

Ogni giorno muoiono decine di bambini per mancanza di cibo e malnutrizione e, per questo, bisogna puntare il dito contro lo spreco di cibo sia durante il processo di produzione che nelle case della gente. A confermare quanto emerge dall’appuntamento romano, arriva l’ultimo rapporto della Fao secondo il quale sono circa 821 milioni le persone che nel 2017 hanno sofferto la fame nel mondo (è il terzo aumento annuale consecutivo), 155 milioni di bambini sotto i 5 anni sono cronicamente malnutriti mentre oltre 2 miliardi soffrono di quella che viene definita come la "fame nascosta", una forma di sottonutrizione.

Perché? La risposta è contenuta nel rapporto del World Food Programme (Wfp), agenzia Onu che si occupa di dare risposte alla fame e di promuovere la sicurezza alimentare, promosso in occasione della Giornata Mondiale dell'Alimentazione del 16 ottobre scorso: la causa è da ricercare nei paesi in conflitto o soggetti a instabilità politica di cui fanno le spese milioni di persone in tutto il mondo che per questo motivo o per mancanza di denaro non riescono a procurarsi pasti nutrienti. Non solo crisi economiche e politiche: anche i cambiamenti climatici, che hanno alterato l'andamento delle piogge e delle stagioni agricole, hanno giocato un ruolo molto importante. Il costante aumento delle temperature potrebbe, in futuro, rendere il numero drammaticamente più alto.

Altro dato molto interessante è quello che emerge dal rapporto ‘Counting the Beans’ che presenta i dati di 52 Stati in via di sviluppo, per dare un'idea ai consumatori dei Paesi ricchi e industrializzati di quanta parte di un reddito medio, calcolato in termini giornalieri, serva per potersi permettere un piatto-base di cibo nei Paesi più poveri del mondo. L’indice parte da un reddito medio pro-capite identico in diverse parti del mondo e calcola la percentuale  che viene spesa per acquistare gli ingredienti di un pasto di 600 calorie cucinato a casa. Dopodiché viene calcolato il prezzo ‘percepito’ in base al reddito standard. Per esempio, prendendo a riferimento il costo del cibo a New York, i dati del Wfp rilevano come un residente nella Grande mela spenda 1,20 dollari per cucinare un piatto base come una zuppa di legumi (con ingredianti quali fagioli o lenticchie, un pugno di riso o cereali, acqua e olio). Un cittadino del Sud Sudan, invece, per cucinare lo stesso piatto, spende l’equivalente del proprio reddito di due giorni, come se a un newyorchese servissero 348,36 dollari; o 222,05 dollari se confrontato con il potere d’acquisto di un cittadino del nord-est della Nigeria. Sud Sudan, Yemen, nord-est Nigeria, sono Paesi o regioni dove la carestia è una minaccia costante. In tutti e tre i luoghi, infatti, i prezzi del cibo che aumentano si sovrappongono all’evoluzione dei conflitti. Per molte persone, la sopravvivenza non sarebbe possibile senza l’assistenza del Wfp o delle organizzazioni non governative: l'agenzia delle Nazioni unite distribuisce ogni anno 12,6 miliardi di razioni di cibo in 80 Paesi del mondo.

E in Italia? Anche da noi il diritto al cibo non è scontato: nel 2017, 1 milione e 778 mila famiglie (6,9% del totale), di cui fanno parte 5 milioni e 58 mila individui (l’8,4% del totale degli italiani residenti), si trovavano in condizione di povertà assoluta, secondo l’Istat. Due decimi di punto in più rispetto al 2016. Ci sono ancora 768 milioni di persone che non hanno a disposizione una fonte d’acqua potabile sicura e 185 milioni di persone costrette ad abbeverarsi alle fonti di superficie, come fiumi e laghi. Le politiche commerciali promosse in ambito dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), ma anche dall’Unione Europea in tutti i suoi trattati bilaterali, in primis il trattato di liberalizzazione commerciale con il Canada (CETA), antepongono gli interessi delle grandi aziende al diritto al cibo, alla salute e alla lotta contro i cambiamenti climatici che aggrava la crisi alimentare.