“Ne usciremo migliori”. Lo slogan apotropaico ha riecheggiato durante il lockdown, nella speranza che dolore e privazione servissero a qualcosa. In forma diversa è quanto in molti auspicano con riferimento al Recovery Fund. Tra i progetti da presentare da parte dello Governo italiano, accanto a quelli per la digitalizzazione sarebbero opportuni progetti legati a temi di sostenibilità.

Ma cosa si intende per sostenibilità? Sicuramente è l’equilibrio tra il maggior godimento di sviluppo attuale e il minor impatto di questo sulla generazione futura. Senza dubbio, nel quotidiano, leghiamo questo sostantivo ad azioni che tendano al rispetto dell’ambiente e alla sua conservazione. Così, anche il singolo può adottare comportamenti “sostenibili”. Ma può farlo anche un’azienda? Può, quest’ultima, agire secondo canoni sempre più sostenibili non solo per l’ambiente esterno ma anche per il proprio capitale umano interno? Assolutamente sì ed è questa la rivoluzione che negli ultimi anni sta trasformando il modo di fare impresa in Italia e non solo.

Si ritiene infatti che iniziative di sostenibilità e reputazione dell’impresa crescano (o decrescano) insieme. Ma la sostenibilità a cui facciamo riferimento non è certo la concezione caritatevole secondo la quale l’impresa diventa benefattrice delle cause che ritiene più giuste da perseguire. Non è neanche sinonimo di responsabilità sociale, cioè la consapevolezza di far parte di un ambiente più ampio e da preservare. È altro.

Il tipo di sostenibilità a cui si fa riferimento è il Creating Shared Value (CSV), ovvero quel valore condiviso che l’impresa crea e che diviene un vero e proprio strumento economico e finanziario che genera un impatto positivo sia sul business sia sulla sostenibilità di lungo periodo.

In questo modo, il termine “sostenibilità” viene ad assumere tutto un altro significato e lo si può desumere efficacemente dal piano “Vision 2050”, redatto dal World Business Council for Sustainable Development (WBCSD). In esso, 29 aziende provano a delineare il mondo dell’impresa del domani partendo da nove tematiche che devono evolvere secondo una nova ottica di sostenibilità. Ci si riferisce a: valori della persona; sviluppo umano; economia; agricoltura; boschi; energia ed elettricità; edilizia; mobilità; materiali.

Non è questa la sede per approfondire il documento, ma ciò che rileva è come l’impresa debba farsi cosciente della sua centralità nel mondo quotidiano. Non è un essere avulso che crea solo ricchezza, ma è uno degli attori principali che determinano il viver bene della persona e del pianeta (“un unico mondo”).

D’altronde, anche l’ONU con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile individua 17 temi da perseguire per portare il mondo sulla strada della sostenibilità. Lo fa parlando non solo ai governi, ma anche ai cittadini. E, ovviamente, ai cittadini che fanno azienda.

Su questo tema, inoltre, giusto il 3 agosto scorso si è mostrato soddisfatto Paolo Gentiloni - Commissario UE per l’Economia - che in un tweet ha sottolineato come per la prima volta si siano inseriti “gli obiettivi dello sviluppo sostenibile tra i criteri di valutazione delle economie europee da parte della Commissione” (qui per scoprire come l’UE stia contribuendo all’implementazione dell’Agenda 2030).

Insomma, siamo sempre più interconnessi e con esigenze e finalità spesso comuni. Impegnarsi per vivere in un mondo migliore è un obiettivo e non un semplice costo. In questo senso vanno anche lette le classifiche del “Top employers”, certificazioni riconosciute a quelle imprese che attraverso la valorizzazione delle persone fanno crescere il proprio business. Le italiane, per il 2020, sono ben 113.

La sostenibilità, quindi, non è solo ambientale ma anche umana. Creare posti di lavoro sempre più sostenibili a tutela delle relazioni umane è un obiettivo costante degli ultimi anni e la crisi provocata dal coronavirus può, in parte, dare un’ulteriore accelerazione in tal senso.

Come? Anzitutto con l’implementazione di uno strumento del quale si è molto discusso nelle settimane del lockdown, ovverosia lo smart working. Secondo l’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, ben il 58% delle grandi imprese sta già investendo in questa direzione. Si tratta di una modalità di lavoro più flessibile (in termini di tempo e spazio) che dovrebbe garantire al lavoratore maggiori benefici dovuti ad una diversa organizzazione delle sue attività lavorative. Dovrebbe, perché spesso i confini sono stati superati. Ma questa è la direzione verso la quale si sta andando e si continuerà ad andare anche dopo la crisi del Covid-19: migliorare i ritmi lavorativi del proprio dipendente significa creare un beneficio, anche economico, per l’azienda stessa.

Molto è ancora da fare, però. Specialmente per ridurre il gender-gap lavorativo e salariale. Secondo i dati Eurostat riferiti al 2019, infatti, l’Italia ha una differenza percentuale di 19,6 punti tra occupati uomini e donne: peggio in Europa fanno solo Grecia e Malta. E, inoltre, per quanto negli ultimi 10 anni l’occupazione femminile sia passata dal 49,7% al 53,8%, ancora troppo persistente è il divario tra donne (39,4%) e uomini (4%) inattivi per responsabilità di cura.

Insomma, se il quinto punto dell’Agenda 2030 è la parità dei generi, questa sembra oggi ancora lontana. La crisi Covid può aiutare a migliorare alcuni processi che stentavano a decollare, ma non può tralasciarne altri di egual importanza. Se sostenibilità deve essere, lo è a 360 gradi. Non per bontà o magnanimità di chi fa impresa, non per la sua maggiore o minore propensione caritatevole. Ma perché sostenibilità è oggi un concetto più ampio, che tende ad esternalità positive per il singolo e per l’ambiente, in un’ottica non di costi aziendali ma di ricadute positive soprattutto in termini economici e finanziari.

 

Andrea Maccagno