Nell’ultimo decennio hanno assunto maggiore rilevanza le tecnologie di Cattura e Stoccaggio del Carbonio (CCS). Questo perché, secondo il Global CSS Institute, si tratta di un sistema che verrà impiegato in modo intensivo nei prossimi decenni. Gran parte della comunità scientifica concorda nel ritenerla fondamentale per la transizione a basse emissioni.

Ma di cosa si tratta? Il nome è esplicativo, poiché si tratta di un sistema con il quale si cattura l’anidride carbonica dai fumi delle centrali elettriche e dagli impianti industriali, ovviamente prima che raggiunga l’atmosfera. Il procedimento prevede di acquisirla, rinchiuderla e conservarla in modo permanente nel sottosuolo.

Il 60% circa delle emissioni globali di CO2 proviene dagli stabilimenti industriali e dalle centrali elettriche e le stime sostengono che la CCS sia potenzialmente in grado di catturarne il 90%.

L’utilità di una pratica del genere consiste nel riuscire a carpirla e trattarla, letteralmente – più che non produrla affatto – rappresenta un vantaggio notevole per l’approvvigionamento e per i grandi produttori di energia, soprattutto per quelli che utilizzano il fossile.

Partendo da dati reali, è utile sottolineare che oggi questi combustibili (carbone, gas naturale e petrolio) coprono circa l’80% del fabbisogno energetico mondiale. Ricordiamo che la combustione produce la tanto odiata anidride carbonica la quale, una volta in atmosfera, incide in modo irreversibile sulle condizioni climatiche. Da qui l’impiego di questa tecnologia, che consente di trasportare la CO2 in forma liquida e stoccarla a grandissima profondità. Essenzialmente si tratta di riportare la risorsa da dove proviene, riproducendo approssimativamente il processo naturale.

Il sistema di cattura viene generalmente diviso in tre grandi famiglie: post-combustione, pre-combustione e oxyfuel. La prima non incide nel processo produttivo, proprio perché permette di trasportare i gas prodotti in un sistema di trattamento e, successivamente, di separare la CO2 con processi termochimici. La seconda invece va ad incidere sul combustibile stesso, in particolar modo negli impianti alimentati a carbone andando all’assorbimento durante la fase della gassificazione del carbone stesso. La terza - oxyfuel - viene adottata quando si lavora sul comburente, ovvero il gas con cui il combustibile reagisce: in questo caso, utilizzando l’ossigeno puro, si punta ad una presenza nei fumi molto alta di CO2, il che la rende facilmente separabile.

Anche l’Italia, da questo punta di vista, ha in cantiere progetti molto importanti. Nel ravennate, utilizzando i giacimenti di gas nell’Adriatico ormai esauriti, si punta a realizzare il più grande sito di stoccaggio al mondo grazie alle enormi potenzialità che permettono una capacità di stoccaggio che va dai 300 ai 500 milioni di tonnellate.

Speriamo di poter dare un apporto importante all’obiettivo posto dagli accordi internazionali, nei quali si prevede di ridurre l’anidride carbonica del 50% nei prossimi vent’anni; sicuramente un fine non da poco.

 

Luca Grieco

 

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