Massimo Nicolazzi, manager di vasta esperienza nel settore energetico, ha recentemente pubblicato un libro dal titolo evocativo e provocatorio: “Elogio del petrolio - energia e disuguaglianza dal mammut all’auto elettrica”.

Il suo lavoro, in modo acuto e intelligente, ci porta a riflettere sui modelli energetici che nel corso dei secoli si sono susseguiti. La costante che emerge in modo lampante e incontrovertibile è che ad ogni cambio di paradigma dell’approvvigionamento è corrisposta una trasformazione radicale nella società.

Anche noi, in questo nuovo millennio, stiamo assistendo ad un cambio di rotta netto e scandito: la transizione energetica. Lo dice il nome, ci stiamo spostando verso un nuovo modo di organizzare il mondo. Trasportati da questa onda - per certi versi anche emotiva - i decision maker, a livello nazionale e sovranazionale, hanno iniziato a fissare delle tappe concrete, degli obiettivi da conseguire per portarci verso questa nuova frontiera.

Verrebbe da chiedersi, tuttavia, se tutto ciò sia alla nostra portata e, soprattutto, quali siano gli strumenti da mettere in campo. Per raggiungere tali obiettivi e soprattutto per cambiare il mondo, stando all’Agenzia internazionale dell’energia, non sarà sufficiente puntare solo sulle energie rinnovabili, ma sarà necessario immaginare nuovi canali.

Su The Watcher Post abbiamo già accennato alla CCS - Carbon Capture and Storage - e al suo ruolo di spicco nel processo della stessa transizione.

Attualmente, uno dei punti di riferimento per questa pratica è Equinor, la maggiore compagnia petrolifera della Norvegia, che con Shell e Total sta puntando su un progetto a dir poco ambizioso. Con un investimento iniziale di 680 milioni di dollari, i tre colossi hanno deciso dar vita al progetto Northern Lights: stoccare la Co2 nella parte occidentale della Norvegia, proprio dove si può godere dell’aurora boreale.

In realtà, l’anidride carbonica verrà stoccata in estrema profondità - circa tre chilometri - sotto i fondali del Mare del Nord. Secondo Equinor, si può mirare ad un potenziale di stoccaggio che potrebbe corrispondere all’immagazzinamento di mille anni di emissioni norvegesi. Nella prima fase, che dovrebbe partire entro il 2024, è previsto il trasporto sul sito di 1,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno; in un secondo momento si arriveranno a trasportare 5 milioni di tonnellate.

E in Italia come siamo messi? Certo, non pecchiamo di modestia. Infatti a Ravenna è previsto il più grande centro al mondo di acchiappa-Co2. In merito al progetto nel ravennate si è pronunciato l’Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi, in un’intervista pubblicata sul Sole24Ore ha dichiarato: “Siamo pronti a candidare al primo bando del Fondo per l’innovazione europeo, il progetto per il nuovo hub di Ravenna che darà vita al più grande centro al mondo di cattura e stoccaggio di anidride carbonica”. Capacità? Dai 300 ai 500 milioni di tonnellate di stoccaggio. Mica male!

 

Luca Grieco

 

 

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