Con gli Accordi di Parigi si punta a limitare il riscaldamento globale di almeno 2ºC. Un obiettivo sfidante, da alcuni considerato velleitario. Così TPI (Transition Pathway Iniative) ha puntato la lente di ingrandimento sulle compagnie petrolifere per capire come si stessero muovendo per rispettarlo. Nata nel 2017 con lo scopo di monitorare la preparazione dei player del settore energetico verso un’economia a basse emissioni, TPI sta acquisendo un’importanza sempre più rilevante nel contesto di riferimento.

Nel suo ultimo rapporto vengono così analizzate ben 53 aziende produttrici di Oil&Gas sulla base dell’intensità delle emissioni relativa alla fornitura di energia. Adottando questo parametro, sono solo 5 le aziende che risultano allineate agli impegni di Parigi e tra queste rientrano l’italiana ENI, insieme a: Repsol, Total, Shell ed Equinor ASA.

Così recentemente Luigi Ciarrocchi, CCUS & Forestry (CCUS&F) director di Eni, spiega quale sia la strategia aziendale per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e soprattutto per trasformare le policy del cane a sei zampe in modo da rendere sostenibili le sue attività. Un ruolo protagonista verrà assunto – come già accennato su The Watcher Post – dalla Carbon Capture and Storage (CCS).

La filosofia è molto semplice: se abbiamo la necessità di non diffondere CO2 nell’atmosfera, non ci resta che conservarla e, magari, riutilizzarla. Questa pratica sarà sempre più centrale per il colosso di San Donato Milanese, soprattutto perché ENI non punta alla riduzione delle emissioni fino al 55% entro il 2050, ma mira ad abbattere dell'80% le emissioni nette riconducibili all'intero ciclo di vita dei propri prodotti energetici commercializzati.

È parere di molti – tra cui la stessa Agenzia Internazionale dell’Energia – che non sia sufficiente ridurre le emissioni e che, quindi, sia necessario “catturarle”. In un’intervista su La Repubblica, Ciarrocchi ha dichiarato: “Le tecnologie disponibili permettono di catturarla (la Co2, ndr) già all'interno dello stesso impianto aziendale, prima appunto che finisca in atmosfera. Poi viene trasportata attraverso tubi o condotte, oppure via terra o via mare con le navi e infine iniettata nei giacimenti. Quest'ultimo passaggio, per dirla in maniera semplice, lo si può immaginare come se avessimo una bombola di gas che nel corso di anni e anni è stata svuotata e ora la si riempie, ma non totalmente, con pressioni e volume minori di CO2, che non è infiammabile né esplosiva e per questo sicura”.

In relazione a questa nuova frontiera della sostenibilità ambientale, l’Italia può diventare uno dei punti di riferimento su scala globale grazie ai giacimenti del Ravennate e su cui ENI ha intenzione di puntare molto.

 

Luca Grieco

 

 

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