8 Marzo, festa internazionale delle donne. Ma cosa si nasconde dietro una giornata in cui si comprano mimose e si fanno gli auguri alle donne? Qual è la reale situazione del nostro paese sul tema della parità di genere? Beh, purtroppo non c’è molto da festeggiare. Anzi. Innanzitutto, la legge Golfo-Mosca che ha imposto un terzo di rappresentanza femminile nei board delle società quotate ha funzionato? Molto si è discusso dell'opportunità di imporre l'equilibrio di genere per via normativa. Numeri pubblicati da Eurostat gettano una luce su quanto è accaduto laddove è arrivato l'obbligo di legge e come si sia mosso il resto del mercato del lavoro.

I dati sono netti. In Europa ci sono 36 donne su cento manager, mentre si scende a 27 su cento quando si parla di membri dei consigli delle società quotate e al 17 per cento quando si parla di senior executives. In Italia il quadro è molto diverso da una categoria all'altra. Nell'universo dei manager, l'Eurostat ci relega nelle ultime posizioni per equilibrio di genere con il 29 per cento di incidenza femminile. Le nostre executive pesano ancor meno: soltanto il 9 per cento. Ben diversa la nostra posizione in graduatoria quando si parla di presenza nei cda, dove tra i grandi Paesi siamo secondi solo alla Francia riuscendo a vedere le donne nel 36 per cento delle poltrone. "I numeri sulle donne nei board in Italia dimostrano che la legge Golfo-Mosca ha avuto un effetto determinante e positivo rispetto agli ostacoli culturali che non hanno ancora permesso gli stessi numeri di presenza femminile tra manager e primi riporti nel management delle aziende", commenta Ulrike Sauerwald che si occupa della ricerca per ValoreD.

Se questa è la fotografia dello stato attuale degli incarichi al femminile nelle aziende del nostro paese, c’è però un altro dato sicuramente molto interesante: le donne hanno una marcia in più nel lavoro e nella creazione di nuove imprese. Questa considerazione è frutto di una indagine condotta dal Centro studi CNA , l'associazione che rappresenta gli artigiani, su "L'imprenditoria femminile in Italia". Lo studio rivela che sfiorano i 3 milioni gli incarichi di vertice affidati a donne. Per la precisione sono oltre 2,8 milioni pari al 26,7% del totale nazionale. Più in dettaglio, i ruoli di amministratore ammontano a 1,1 milioni, quelli di titolare d'impresa 840 mila, quelli di socie 620 mila e le altre cariche 241 mila. L'indagine mostra anche che i ruoli apicali tenuti dalle donne sono cresciuti dell'1%, più di quanto hanno fatto i colleghi uomini (+0,4%). Tra le diverse tipologie di ruolo è rilevante l'exploit degli amministratori donne, che hanno surclassato i colleghi: la loro crescita l'anno scorso è stata del 3,1% contro il +1,7% della componente maschile.

I settori nei quali l'incidenza femminile è aumentata in maniera più marcata sono le attività sanitarie e di assistenza sociale (+9,9%), l'istruzione (+6,1%), le attività legate alla fornitura di energia elettrica, gas e aria condizionata (+5,6%), le attività di trasporto e magazzinaggio (+4,5%) e quelle di noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese (+4,2%).  Guardando al lavoro indipendente, si contano 1,4 milioni di donne, pari al 14,6% dell'occupazione complessiva nel nostro Paese, ma per il genere femminile operare sul mercato del lavoro come lavoratrici indipendenti risulta una opzione non semplice e, talvolta, obbligata.

Quando viene richiesto quali siano state le motivazioni che hanno portato a intraprendere la via del lavoro indipendente, il 12,5% delle donne intervistate indica l'impossibilità di trovare un lavoro dipendente e l'8,1% la volontà di disporre di orari flessibili per coniugare al meglio casa e lavoro.

Altro fattore interessante è che in Italia le lavoratrici indipendenti tendono a lamentarsi meno dei loro colleghi uomini, anche se solo il 12,2% dichiara di non avere problemi nel gestire la vita quotidiana anche se tanti sono i fattori di ostacolo. Tra questi vi è ovviamente la difficoltà di conciliare gli impegni familiari con la vita professionale e il persistere di opportunità di guadagno economico non soddisfacenti se considerate sia in termini assoluti che rispetto a quelle maschili.  Tuttavia, nonostante abbiano di fronte ostacoli ogni giorno, le lavoratrici indipendenti italiane esprimono un grado di attaccamento alla loro attività tra i più alti d'Europa dichiarandosi soddisfatte della propria attività per il 52% del totale. Una percentuale seconda in Europa solo al Regno Unito, dove però il gender gap risulta essere molto più ridotto.