Alcune assonanze fanno riflettere. L’Argentina sta ripiombando per l’ennesima volta in una preoccupante crisi economico-finanziaria, oltre che sociale. Insieme ad Italia e Turchia è l’unico Paese sudamericano per cui le più recenti previsioni Ocse indicano un Pil negativo per il 2019.

Non solo. Nonostante il Fondo Monetario Internazionale (FMI) abbia prestato 59 miliardi di dollari al governo Macri, il rapporto debito/Pil è peggiorato in un solo anno da 57,1% all’86,3%. Il primo motivo di questo peggioramento è la svalutazione galoppante del peso rispetto al dollaro americano: negli ultimi 12 mesi il valore della moneta di Buenos Aires si è più che dimezzato, mentre il debito (per oltre i due terzi) rimane in dollari americani, e lega a doppio filo Buenos Aires a Washington.

A proposito di assonanze vale la pena ricordare che il rapporto debito/Pil in Italia è oggi oltre il 130% del Pil. Mentre è giusto ricordare che grazie all’Euro l’Italia non soffre della svalutazione della moneta interna.

Il governo Macrì è praticamente “commissariato” dal FMI, che ha chiesto, fra l’latro, una profonda riforma della Banca Centrale locale. Intanto preoccupa anche l’inflazione, che continua a galoppare a cifre fantasmagoriche. Era attorno al 32% nel 2018 ma non accenna a scendere. Anzi. Proprio la Banca Centrale ha previsto una crescita fino al 36% nel 2019. Ma in questi giorni si viaggia attorno quota 47%.

Di fatto l’Argentina è già in mano al mercato finanziario e barcolla appesa alle decisioni d’investimento degli Stati esteri. Le scommesse sull’implosione del sistema (leggi mercato dei credit default swap) nei prossimi 5 anni sono schizzate sopra il 60%. Tradotto significa che i mercati vedono un nuovo default argentino più probabile della ripresa.

Sul fronte sociale il disastro è già cominciato. Gli Argentini sotto la soglia di povertà erano uno su quattro lo scorso anno, oggi sfiorano uno su tre (32%). La disoccupazione ha raggiunto nel 2018 il 9,1% (in Italia siamo al 10,7% di febbraio), mentre lo spread (il differenziale di rendimento tra i titoli di Buenos Aires e quelli USA) ha toccato lo scorso 21 aprile quota 921 punti (in Italia siamo attorno a quota 250 rispetto ai bund tedeschi).  A poco è servito da parte del governo Macrì congelare il prezzo di 60 beni essenziali, tra cui gas ed elettricità.

La crisi economia ha aggredito principalmente il Peso, la moneta locale. Pensate, nel 2009 un dollaro USA valeva nemmeno 3,5 pesos. Oggi ne vale 44,5. A ottobre si terranno nuove elezioni presidenziali e Macrì si appresta ad affrontare una vecchia conoscenza: Cristina Fernandez Kirchner, cioè colei che ha governato per due mandati come Presidente dal 2007 al 2015.

Ma la crisi economico-sociale è talmente forte che Macrì ha proposto all’opposizione un programma comune in 10 punti che metta da parte l’ideologia e favorisca la sopravvivenza del Paese. I punti prevedono una Banca Centrale indipendente capace di combattere l’inflazione, maggiore integrazione con l’estero per far crescere l’export, il rispetto dei contratti e dei diritti acquisiti per affermare il principio di giuridica (leggi capacità di attrazione di investimenti esteri) e una moderna riforma del mercato del lavoro per combattere la disoccupazione. Alzi la mano chi non ha pensato che qualcuno di questi punti è già urgente anche in Italia.

 

Paolo Bozzacchi