Ogni mattina, da oltre quattro settimane, un italiano si sveglia, prende il caffè e – ancora con i segni del cuscino sul volto – si prepara a vivere una nuova giornata di quarantena. Eh sì, possiamo dirlo: questa reclusione forzata sta stretta anche a chi in casa ci stava benissimo. Così, come altri milioni di abitanti del nostro Bel Paese e – ormai – del mondo, anche io dopo il caffè faccio l’unico “giro” consentito: quello sui social. Ah, i social! Il posto dove tutto è concesso e possibile. E così, con un tap, si parte. 

Facebook: il social dei malinconici over 40. Grazie alla funzione “ricordi” quel talento di Mark Zuckerberg ci permette di tornare indietro di qualche anno. E quale miglior momento, se non questo, per rimpiangere gli attimi di spensieratezza, quando eravamo liberi di uscire. Via con foto di aperitivi del 2011, video emozionali, frasi sull’importanza dell’amicizia vicina e lontana, foto al mare, in spiaggia e sul pedalò. Stanca di tutto questo, cambio social.

Instagram. Quanti di voi hanno conosciuto il vicino di casa grazie ai flashmob? Eppure viviamo in quel palazzo da vent’anni. “Ma chi è quello? Non l’ho mai visto. Ah sì, terzo piano, non sapevo sapesse suonare il sax!”. Per una settimana abbiamo girato i balconi della Penisola, tra suonatori di pentole strappati a La Corrida, musicisti mancati e dj improvvisati sui tetti delle città. Tra un video di Barbara D’Urso che ci spiega come lavarci le mani e l’ennesimo “Ce la faremo!”, faccio di nuovo tap e passo alle stories. Questa è la sezione in cui – vista la ritrovata vena pasticcera dell’italiano medio – è presente la crème! “Oggi faremo la torta della zia”, ci avverte il nostro ex compagno delle superiori. Che poi, a dirla tutta, “la torta della zia” è pressoché identica a quella della nonna e a quella della suocera, che ci ha presentato nei giorni precedenti. Al momento di montare la panna, “skippo” molto rapidamente e, come per contrappasso, trovo Alan, il personal trainer a cui tre mesi fa ho dato appuntamento per la “lezione di prova”, senza mai presentarmi, ça va sans dire. “Palestre chiuse?”, si domanda con quella retorica un tempo in voga tra i televenditori di materassi; nessun problema: Alan ha fatto “un programmino semplicissimo” da seguire a casa (su “programmino” dovresti passare alla storia successiva, quanto meno per congenita avversione verso questi stupidi diminuitivi, ma resisti per noia, incredibile a dirsi). Bastano solo un tappetino, una cyclette, un tapis roulant, pesi da 3 ai 150 kg (sostituibili con dieci comode casse d’acqua da due litri), un bilanciere e una panca! “Semplice, no?”, ti chiede con lo sguardo da malandrino. Tra un video di Valentina Ferragni in cucina e Fedez, che alterna dirette Instagram dal suo terrazzo, a denunce di truffe per le false raccolte fondi, sono passati 10 minuti e i miei neuroni chiedono venia. 

Un veloce giro su Twitter per scoprire l’ultima iniziativa di solidarietà e passo a LinkedIn. Qui – come direbbero gli addetti ai lavori – il “mood” cambia. Una comunicazione più corporate con una vision più concreta con dei key messages più incisivi. Non ci sono flashmob, tutorial, meme. Abbondano messaggi di speranza dei capi d’azienda, ci si ripromette di ripartire più forti di prima, e si ricorda a tutti che le imprese non ci abbandoneranno mai, che sono qui, con noi. LinkedIn è quel luogo sacro che – vivaddio! – non è stato ancora distrutto dal trash. Ma sono le 9 del mattino e ho ancora qualche minuto di autonomia prima di iniziare a leggere le 35 mail che mi sono arrivate nella notte.

Chiudo in bellezza con il social dei teenager: Tik Tok. Sì, ho un account. Per fare il mio lavoro bisogna essere al corrente di tutto. Certo, alcune cose di questo “tutto” potremmo evitarle, ma fa parte del gioco. E quindi tap e si apre la home, se così possiamo chiamarla. Non tutti sanno che una ragazza di Wuhan ha utilizzato Tik Tok per raccontare in modo scherzoso, ma riflessivo i giorni vissuti in quarantena. In Italia invece usiamo filtri di occhiali e rossetti finti, improvvisiamo coreografie e lanciamo challenge

È vero. Siamo blindati nelle nostre case e dopo un po’ la fantasia inizia a scarseggiare, la pazienza a finire e la paura prende il sopravvento. E forse i social (amati e odiati) ci fanno sentire un po’ più vicini. Fare yoga in video call non sarà efficace, ma è sicuramente più divertente del farlo da soli. Siamo solo in attesa del giorno in cui ci risveglieremo, riprenderemo il nostro abbonamento in palestra, il numero del chiropratico, faremo di tutto per guardare il futuro con occhi nuovi, forse più disillusi, ma certamente più attenti, e saremo di nuovo #liberi

 

Articolo di Diletta Lucianò pubblicato su Il Giorno Dopo