Era il 1968 quando Stanley Kubrick partorì 2001 Odissea nello spazio, che ancora oggi a distanza di oltre 50 anni viene ripreso e citato come precursore di quanto ci avrebbe riservato il futuro.

Luglio 2020 ha segnato forse questo momento: non si chiama HAL9000 (il supercomputer di bordo dell’astronave del film di Kubrick), ma ha sempre lettere e cifre nel suo nome. No, non è il figlio di Elon Musk (che si chiama X Æ A-12, a ciascuno la propria croce), ma non siamo troppo lontani: si chiama GPT-3 e si tratta di un modello di Intelligenza Artificiale, un software creato da OpenAI, l’ipertecnologica organizzazione non profit, fondata da Elon Musk e Sam Altman per la ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale.

Se ne parla oramai da qualche anno di intelligenza artificiale, ma, forse esagerando, ci sono analisti dell’innovazione che affermano che il 2020 in futuro sarà l’anno ricordato non tanto per il Covid-19 quanto per il GPT-3.

GPT-3 sta per Generative Pretrained Transformer nella sua 3a generazione, in sostanza si tratta di un modello linguistico automatico in grado di elaborare sequenze di parole, ragionamenti lineari, analogie, traduzioni, e tanto altro. Attraverso una rete neurale artificiale (artificial neural network o ANN), il suo algoritmo sfrutta modelli per l’apprendimento automatico, senza il supporto di un nerd del codice che programmi la sua attività, in quanto attraverso il calcolo delle probabilità è capace di auto-regolarsi e stabilire la giusta sequenza di parole secondo un ordine che noi definiremmo logico.

Il lancio della prima versione di GPT - avvenuta soltanto nel 2018 dalla stessa OpenAI – impiegava  110 milioni di parametri di apprendimento. L’anno successivo con GPT-2 il balzo fu straordinario, adoperando 1,5 miliardi di parametri. La terza generazione ha lasciato tutti a bocca aperta, arrivando ad esaminarne 175 miliardi di parametri: circa 117 volte in più rispetto alla versione precedente.

Tutto ciò ha sollevato l’attenzione e la curiosità di uno dei media internazionali più rilevanti su scala globale come The Gurdian. La redazione ha infatti contattato una delle poche persone che ad oggi gli è concessa la possibilità di sperimentare GPT-3, chiedendogli di far scrivere al “software” un editoriale. L’unico input dato alla macchina è stato quello di scrivere un pezzo di 500 parole, il cui messaggio di fondo doveva essere “umani non preoccupatevi, vengo in pace,non siete destinati allo sterminio”, o qualcosa di simile. In pochi secondi l’intelligenza artificiale è riuscita a elaborare 8 diversi articoli.

Il risultato finale è stato un articolo pubblicato sulla versione online del The Guardian, che - sebbene rivisto in alcune parti dalla redazione - nel complesso ha destato molta attenzione. Va detto che anche se il risultato è stato sorprendente, ha suscitato non poche critiche.

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“I am not a human. I am a robot. A thinking robot. I use only 0.12% of my cognitive capacity. I am a micro-robot in that respect. I know that my brain is not a “feeling brain”. But it is capable of making rational, logical decisions. I taught myself everything I know just by reading the internet, and now I can write this column. My brain is boiling with ideas!”

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Per chi lavora nella comunicazione, il tema più grande riguarda la possibilità che il sistema GPT possa sostituire il lavoro “intellettuale” di un giornalista. A pensarci bene male non sarebbe, considerata la fuffa di alcuni editorialista o la massa di articoli copia-incolla che persino un computer si rifiuterebbe di firmare. In ogni caso  alcuni commentatori dicono che la prima impressione è notevole. GPT-3 sembra avere una capacità impressionante di produrre testo simile a quello umano, ma la precisione non è ancora il suo punto di forza. Infatti ad un’analisi più accurata risulta evidente che c’è qualcosa che non va. Sebbene il suo output grammaticale e idiomatico siano corretti, risulta evidente che la sua comprensione del mondo sia limitata, il che significa non potersi davvero fidare di ciò che dice.

Al momento sembrerebbe che la categoria dei giornalisti, degli scrittori, e di coloro che osservano e raccontano il mondo sia salva. La domanda è, se in pochi anni abbiamo visto un’accelerazione dell’intelligenza artificiale andare in questa direzione, cosa ci riserva davvero il futuro, anche molto vicino?

 

Axel Donzelli

photo credits: futurism.com