Già alle 19 il Veneto aveva raggiunto il quorum, necessario perché il referendum sull’autonomia regionale avesse valore. Alle 23, alla chiusura dei seggi, il dato è ancora più eclatante: ha votato il 59,5 per cento dei cittadini aventi diritto. I dati della Lombardia — l’altra regione al voto — sono meno clamorosi: intorno alle 20 aveva votato il 31,81 per cento degli aventi diritto, mentre il dato finale, nonostante il voto elettronico, è arrivato a rilento, e ben oltre un’ora dopo la chiusura dei seggi il presidente Roberto Maroni parlava di «una proiezione» che porta a pensare che l’affluenza «supererà il 40%». In entrambe le regioni , i sì sono stati enormemente più dei no: in Veneto i dati preliminari parlano di un 98% di sì, in Lombardia di un 95%. In entrambi i casi, il risultato è stato come da previsione.

Il segnale politico, da qualunque parte la si guardi, c'è stato: l'affluenza è stata superiore rispetto a quanto i detrattori della consultazione si immaginavano fino alla vigilia. E lo stesso governo ne ha preso atto: il sottosegretario per gli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, a meno di un'ora dalla chiusura dei seggi ha fatto sapere che l'esecutivo è pronto ad una trattativa. Il modello sarà probabilmente quello sperimentato nel rapporto con l'Emilia Romagna e che ha già avviato un confronto con Roma senza passare dalla tappa referendaria.

Zaia ha fatto sapere di non voler perdere tempo e di essere pronto ad andare all'incasso con il governo: «Vogliamo che i nove decimi delle tasse restino nella nostra regione - ha detto il presidente della giunta regionale del Veneto - Questo è il big bang delle riforme, è una vittoria dei veneti e dei nuovi veneti». Sulla stessa linea Roberto Maroni che conta di presentare una proposta al governo entro due settimane e annuncia di voler coinvolgere una squadra aperta anche a esponenti di altre forze politiche, facendo espressamente il nome del sindaco pd di Bergamo, Giorgio Gori.

In Veneto, dove l’iniziativa referendaria era stata varata dal Consiglio regionale all’unanimità, la provincia che ha fatto registrare il maggior numero di votanti è stata quella di Vicenza (con punte vicino al 70 per cento), seguita da Padova e Treviso. In Lombardia, invece, la palma dei più sensibili al richiamo referendario è toccata ai bergamaschi (il sindaco del capoluogo, il Pd Giorgio Gori, aveva invitato a votare Sì), seguiti da lecchesi e bresciani. In fondo alle rispettive classifiche, si trovano Venezia e Milano, come se il tema dell’autonomia faticasse a sfondare nelle città metropolitane.

Al di là della Lega, che si intesta il successo avendo la primogenitura della battaglia, nel coro di politici che si dicono soddisfatti per l’affluenza ci sono Debora Serracchiani (Pd), Renato Brunetta (Forza Italia), Gaetano Quagliariello (Idea), Stefano Parisi (Energie per l’Italia), Giovanni Endrizzi (M5S). L’unica voce in disaccordo è quella di Giorgia Meloni. Per la presidente di Fratelli d’Italia «i referendum non sono stati un plebiscito, le riforme si fanno tutti insieme e non a pezzi».

La partita ora si sposta sul piano istituzionale. I referendum erano consultivi, servivano a Maroni e Zaia per avere maggiore forza nella trattativa che la Costituzione prevede con il governo. Nei prossimi giorni i rispettivi consigli regionali daranno mandato ai presidenti di procedere. I tempi sono stretti. Al più tardi tra fine gennaio e metà febbraio il confronto con Roma entrerà nel vivo.