Il vertice Nato dell’11-12 luglio a Bruxelles si è aperto con un durissimo attacco di Donald Trump all’alleato tedesco: “La Germania è totalmente controllata dalla Russia”. Benché largamente esagerato (il tasso di dipendenza di Berlino dalle risorse russe è infatti pari al 26,7% e non al 60-70% evocato dal magnate newyorchese), il commento del presidente Usa va letto nel solco di una costante della politica estera americana che si perpetua ormai da un secolo a questa parte: impedire che sul Vecchio continente emerga un egemone in grado di sfidare la supremazia globale degli Stati Uniti. Un’eventualità suscettibile di realizzarsi soltanto mediante la costituzione di un asse euroasiatico russo-tedesco, stante il tramonto forse definitivo della potenza britannica e le ambizioni velleitarie incarnate dalla Francia. Le sempre più frequenti manifestazioni di ostilità dell’amministrazione Trump sono soltanto la punta dell’iceberg di un proposito condiviso da quasi tutti i rami dell’esecutivo e con essi anche dagli influenti apparati della superpotenza, volto a impedire che la Germania consolidi una propria sfera d’influenza esclusiva in Europa o su una parte di essa. Di qui i più recenti strali in campo energetico, come pure le forti critiche all’incapacità teutonica di stanziare almeno il 2% del pil per la spesa militare e gli attacchi allo smisurato surplus commerciale di Berlino, senza dimenticare i dazi contro le importazioni di alluminio e acciaio dall’Europa e quelli per ora solo ventilati sul settore automobilistico.

E mentre in parallelo procede il contenimento terrestre della Russia, imposto alla Casa Bianca da militari e burocrati del Pentagono e allargato alla partecipazione entusiasta dei paesi Est-europei, il 2018 potrebbe essere ricordato negli annali come l’anno in cui proprio la Germania ha dovuto prendere atto di non essere (più) in grado di esercitare un ruolo preponderante in seno all’Unione Europea. Esclusa la conquista militare, egemone è infatti chi partecipa del proprio benessere la propria sfera d’influenza, trasferendo alle periferie di un impero, formale o meno, parte delle risorse generate dalla crescita economica. Già la crisi dell’euro aveva dimostrato l’incapacità culturale – ancor prima che strategica – insita nella classe dirigente tedesca a farsi carico di tali oneri, un tratto acuito in tempi più recenti dalla crisi dei migranti. Per mantenere in vita la propria coalizione, Merkel ha dovuto accettare le condizioni della Baviera con la creazione di campi di transito alla frontiera con l’Austria per respingere i richiedenti asilo la cui domanda era già stata registrata in un altro paese. Di fatto, accingendosi a scaricare sui vicini meridionali gli oneri dell’accoglienza, col risultato di accrescere le già forti diffidenze che minacciano i rapporti fra partner europei e che non lasciano presagire alcunché di buono per il futuro del progetto europeo. Infine un pensiero sula minaccia di abbandonare la Nato da parte del presidente Trump. Se è vero che ogni inquilino della Casa Bianca ha sempre reclamato un maggior impegno degli alleati europei nell’ambito del Patto, a quasi trent’anni dalla dissoluzione dell’URSS la vera domanda da porsi è: cosa resta oggi della missione della Nato?

 

Alberto de Sanctis