Ogni mattina il ministero dell’Interno rende pubblico il dato aggiornato sugli sbarchi di migranti in Italia. Da inizio anno sono arrivate precisamente 20.597 persone, di cui 12.322 provenienti dalla Libia, contro le oltre 100 mila di tutto il 2017 e le quasi 130 mila del 206. Rispetto alle cifre registrate negli ultimi due anni, le proporzioni del crollo sono inequivocabili: -87,02% sul 2017 e -90,46% sul 2016. La frequenza degli arrivi è calata sensibilmente a partire da luglio 2017, come effetto degli accordi siglati dall’allora governo Gentiloni con le autorità della Tripolitania e del lavoro dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. Altrettanto importante, quantomeno sotto il profilo simbolico, il valore dell’azione del nuovo inquilino del Viminale Matteo Salvini, che con la politica di chiusura dei porti ha trasmesso a una parte maggioritaria dell’opinione pubblica il messaggio di un governo oggi in prima linea nell’impedire gli ingressi irregolari in Italia. I tempi di Mare Nostrum e delle violente accuse contro scelte politiche sospettate di favorire le partenze dalla Libia paiono lontani un’eternità. Emergenza migranti dunque archiviata? Sicuramente no.

Giacché se è vero che la chiusura della rotta attraverso il Mediterraneo centrale ha sostanzialmente prosciugato i flussi diretti in Italia e imposto il loro reindirizzamento verso la Penisola Iberica, l’ineludibile questione di fondo legata alla massiccia immigrazione degli ultimi anni riguarda il c.d. stock di extracomunitari accumulato a partire dal 2011, anno d’inizio delle cosiddette primavere arabe. Da allora circa 800 mila migranti hanno raggiunto via mare il territorio della Repubblica, benché soltanto una piccola parte di essi (nell’ordine dei 50-60 mila) avesse il diritto di entrare come rifugiato. Esclusi i 135 mila ricorsi pendenti per ottenere la domanda d’asilo, oggi la stragrande maggioranza dei nuovi arrivati sembra irreperibile: in parte è ancora nel nostro paese, impiegata nell’economia irregolare oppure al soldo della criminalità; in parte, invece, è transitata verso altri paesi europei, attratta da condizioni di vita in apparenza più favorevoli. A lungo gli esecutivi della scorsa legislatura hanno finto di non vedere che quanti approdavano in Italia puntavano proprio a risalire la penisola diretti oltralpe, omettendo di registrarli per aggirare Dublino e dunque scaricare altrove l’onere dell’accoglienza. Per non parlare del malcelato intento di ricorrere al dossier migratorio per spuntare condizioni più favorevoli nei negoziati con Bruxelles in materia di gestione della politica fiscale. Le più recenti pressioni delle cancellerie europee (con Berlino in testa) per trovare un’intesa sul rimpatrio degli irregolari dimostrano che i nostri partner non sono più disposti a tollerare certi atteggiamenti. E mentre nel governo prosegue la rincorsa fra i vicepremier a colpi di annunci su economia e appunto immigrazione, in ballo c’è il futuro dell’Italia in quanto membro di Schengen, spazio comunitario di libera circolazione interna che per sopravvivere non può prescindere dal controllo ferreo delle sue frontiere esterne.

 

Alberto de Sanctis