Il voto in Europa

Le elezioni europee del 23-26 maggio non hanno materializzato la temuta ondata nazional-sovranista e anti-Ue paventata alla vigilia, complice – forse – un’affluenza complessivamente mai tanto alta in oltre venticinque anni di elezioni europee. Si è recato alle urne oltre la metà degli aventi diritto. Le forze euroscettiche si sono rivelate fatalmente incapaci di raccogliere un numero di consensi sufficiente a consegnarli le chiavi del Parlamento di Strasburgo. Il voto lascia dietro di sé un continente comunque diviso, in cui le forze tradizionali spesso faticano a mantenere i loro abituali spazi di manovra e nuovi protagonisti si affacciano sulla scena politica. È il caso degli euroscettici di Nigel Farage nel Regno Unito, di Marine Le Pen in Francia e di Matteo Salvini in Italia, tutti e tre primi nelle rispettive elezioni nazionali. Ma è anche il turno dei Verdi, capaci di coagulare attorno alla propria proposta ambientalista il voto del dissenso giovanile e progressista fino ad imporsi come secondo partito in Germania e terzo in Francia e a mietere successi importanti anche in Olanda e Irlanda. 

Popolari (Ppe) e socialisti (S&D) non saranno in grado di formare da soli la maggioranza del nuovo Parlamento, fissata a quota 376 seggi. Spoglio e conteggi sono tutt’ora in corso, benché il Ppe appaia destinato ad attestarsi attorno al 24% dei consensi e a circa 180 seggi (nel 2014 furono 216) mentre S&D a fermarsi al 20% circa con 148 seggi (in precedenza erano 187). I due gruppi tradizionalmente più influenti dell’emiciclo dovranno per tale motivo guardare necessariamente a Liberali e Verdi per poter blindare la loro maggioranza europeista. Il nuovo gruppo liberale che si costituirà attorno alla vecchia Alde e alla delegazione di En Marche di Emmanuel Macron dovrebbe conquistare il 15% dei consensi e dunque un centinaio di seggi, mentre i Verdi il 10% dei voti e una settantina di eurodeputati. L’esito della tornata elettorale implica l’avvio di complessi negoziati per individuare i profili delle principali cariche istituzionali dell’Unione europea – a cominciare dai presidenti di Commissione, Parlamento e Consiglio e di Alto rappresentante per gli Affari esteri.

Nel complesso, il fronte sovranista non sembra aver conseguito un risultato migliore di quello ottenuto cinque anni fa, senza contare le numerose lacerazioni intestine che ne minano la possibilità di agire come una forza unica. Se la delegazione nazionale più consistente è quella dei Brexiteer britannici di Farage – destinati ad abbandonare il Parlamento nel momento in cui Londra uscirà dall’Ue – i conservatori polacchi, ad esempio, sarebbero pronti a dialogare con la Lega per formare un gruppo congiunto ma hanno già posto il veto sui francesi di Le Pen in nome delle opposte visioni nei confronti della Russia. Inoltre, i sovranisti sono avanzati in Spagna grazie al 6% all’esordio di Vox ma hanno perso colpi in Olanda, hanno zoppicato in Austria e non hanno sfondato in Nord Europa.

Il voto in Italia

La Lega ha trionfato superando ampiamente quota 30% e confermando le previsioni della vigilia che la indicavano come la grande favorita dell’elezione. Con il 34,27& ha inflitto un distacco di oltre dieci punti percentuali al pur redivivo Partito Democratico del neosegretario Nicola Zingaretti e soprattutto di oltre quindici all’alleato Movimento 5Stelle, in crisi dopo aver perso circa un terzo dei voti raccolti il 4 marzo dell’anno scorso.

Il Carroccio ha dominato nel Nord Italia ed è dilagato anche nelle regioni centrali, affermandosi come primo partito in Emilia-Romagna, Umbria, Marche e Lazio e sfondando quota 20 percento in molte realtà del Sud e delle isole. La nazionalizzazione della Lega è sempre più evidente. Sul piano politico, l’elezione rende plastico il rovesciamento dei rapporti di forza all’interno della coalizione occorso negli ultimi mesi, assegnando al Carroccio la palma di partito di maggioranza relativa.

Il terremoto avrà conseguenze profonde. Nonostante l’esibita moderazione del post-voto e le dichiarazioni di fedeltà al patto con i 5Stelle, Matteo Salvini è di fatto padrone del proprio destino politico. Da un lato, potrà infatti esigere di imporre un’accelerazione all’approvazione dei punti programmatici del contratto più invisi al Movimento (imposte, infrastrutture e autonomia regionale) e al tempo stesso necessari a consolidare ulteriormente il rapporto con la propria base. Dall’altro, l’azione sull’agenda di governo non esclude a priori la carta delle elezioni anticipate, utile spettro per fare pressioni sui 5Stelle e tanto più se dovesse prendere corpo la prospettiva di ricostituire una coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia, ora che la Lega è divenuta l’attore preminente e incontrastato dell’area politica un tempo dominata da Silvio Berlusconi. Le urne hanno ridimensionato pesantemente il Movimento 5 Stelle, crollato in tutto il Paese e passato dagli oltre 11 milioni di voti raccolti alle politiche del 2018 agli attuali 4,5 milioni di voti. Per Luigi Di Maio il momento è drammatico. La tattica elettorale di andare allo scontro con l’alleato leghista con annessa virata “a sinistra” non ha pagato, mentre neppure l’iconico reddito di cittadinanza è stato in grado di rilanciare le simpatie elettorali verso il Movimento. Se il Nord ha dato prova di continuare a non fidarsi dei 5Stelle, a mancare è stato soprattutto l’apporto delle regioni meridionali d’Italia – dimostratosi invece decisivo per il trionfo di un anno fa e dove ieri l’affluenza è calta più che altrove. Inoltre, la prevedibile resa dei conti interna con l’ala ortodossa del grillismo renderà ancora più costoso fare ulteriori concessioni alla Lega.

Per il Partito Democratico si tratta di un risultato complessivamente positivo. Primo partito a Roma e Milano, Nicola Zingaretti ha rilanciato i Dem (18,8% alle politiche 2018, 22,7% ieri) ed è riuscito perfino nel sorpasso sui grillini – segno che la strategia di tenere unito il partito a ogni costo dopo la crisi della stagione renziana era lungimirante e pagante. Esclusa l’improbabile prospettiva di un’alleanza di governo con il Movimento se dovesse collassare il patto Di Maio-Salvini, la prospettiva del Pd di Zingaretti restano le elezioni anticipate e la ricostruzione di una sinistra in cui soltanto allora potrà avere un senso la collaborazione con i 5Stelle.

Il voto in Piemonte

Il risultato in Piemonte è più importante di quanto non sembri poiché  consegna alla coalizione di centrodestra a trazione leghista l’ultima regione del Nord Italia governata dal centrosinistra. Si tratta del completamento di una lunga rincorsa iniziata lo scorso anno che ha permesso all’alleanza Lega-Fi-Fdi di conquistare in successione ben otto regioni italiane amministrate da presidenti di centrosinistra o autonomisti: Molise, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trento, Abruzzo, Sardegna, Basilicata e Piemonte. Il Piemonte è la Regione storicamente più “di sinistra” di tutto il Nord Italia ed è la terra del Tav Torino-Lione, oggetto dell’interminabile braccio di ferro Lega-M5s e di due visioni opposte di sviluppo del Paese. Difficile non scorgere dietro all’affermazione del candidato di centrodestra Alberto Cirio sullo sfidante e presidente uscente Sergio Chiamparino un vero e proprio plebiscito popolare in favore della prosecuzione delle grandi opere, su cui peraltro lo stesso candidato azzurro ha fondato la sua campagna elettorale. Per il M5s, che governa la città di Torino con Chiara Appendino e che qui ha fatto partire la sua rivoluzione, si tratterebbe di un ulteriore e doloroso ridimensionamento.

 

Alberto De Sanctis