Se le amministrative del 2020 hanno significato la tenuta del governo, quelle del 2021 sono un’incognita su cui iniziare a ragionare. Per due motivi: perché vanno al voto sei comuni capoluogo di regione e perché, tra questi, due sono attualmente del centrosinistra e due del Movimento 5 Stelle.

Non sei città qualsiasi, ma tra le più popolose del nostro Paese: a iniziare da Roma, Milano, Napoli, Torino e passando per Bologna e Trieste, con 6,5 milioni di abitanti coinvolti, più del 10% della popolazione italiana.

Il centrosinistra è uscente a Milano e Bologna, mentre il Movimento 5 Stelle a Roma e Torino. Il centrodestra guida Trieste e a Napoli scade il secondo mandato di De Magistris. Approfondiamo.

Nella capitale l’esperienza di Virginia Raggi è partita in salita, con indagini, dimissioni e cambi di assessori. Sembrava costante vittima di fronde interne, ma ha portato a termine il mandato: non tutti ci avrebbero scommesso. Quando il Movimento 5 Stelle sperava di darle il ben servito, ecco che decide di ripresentarsi agli elettori, mettendo così in difficoltà il suo partito che forse avrebbe voluto capire come muoversi insieme all’alleato/rivale Partito Democratico.

In casa Dem gli umori non sono alle stelle. Attendevano da cinque anni questo momento e ora si ritrovano in deficit di candidature: chi finora si è presentato è stato definito un “nano”. Ma dopo il rifiuto di Letta e Sassoli, ecco che pare deciso a candidarsi Calenda: con l’appoggio del Pd o senza? Con primarie o meno? Difficile a dirsi, ma certo il centrosinistra non può fare a meno di una figura come quella dell’ex ministro che, seppur contrarissimo al governo Conte, oggi è l’unico in grado di arrivare agilmente al ballottaggio e giocarsi il Campidoglio.

Nel centrodestra, probabilmente favorito, tutto tace. Si è espressa solo Giorgia Meloni per affermare la sua indisponibilità a candidarsi. Dopo anni, questa è per loro l’opportunità più nitida di riprendersi la capitale.

Di Torino abbiamo parlato in un recente articolo. La sindaca Appendino non si ricandiderà, mentre il centrosinistra ha annunciato primarie per il 6/7 febbraio. Tentenna Guido Saracco, rettore del Politecnico in odore di grande coalizione, mentre annuncia di essere in corsa Stefano Lo Russo, attuale capogruppo Dem in Sala Rossa. Il Pd torinese su una cosa è però chiaro: no a diktat dall’alto e no ad alleanze con i grillini. Vediamo se sarà così anche in caso di ballottaggio. In ogni caso, il centrosinistra non può permettersi di perdere un’altra volta la città.

Veniamo a Milano, dove l’incognita è tutta su Sala: si ricandida o no? In questo scenario tutto è sospeso. Ma l’attesa rischia di logorare più il centrodestra, che sicuramente non partirà favorito se l’attuale primo cittadino deciderà di ripresentarsi agli elettori. In caso contrario la partita è aperta, per una città che ha davanti a sé la programmazione dei Giochi Olimpici. Senza speranza il Movimento 5 Stelle, che a Milano non ha mai raccolto significativi consensi.

Napoli può essere partita interessante se divenisse laboratorio di larghe intese tra centrosinistra e 5 Stelle, possibilità non remota a sentire le parole del segretario democratico cittadino Marco Sarracino: le recenti vittorie a Giugliano e Pomigliano insegnano. Le strategie del centrodestra, invece, non sono ancora pervenute.

Infine Bologna e Trieste. La prima deve trovare il successore di Virginio Merola. Non sarà semplice per il centrosinistra, ma la vittoria di Bonaccini ha galvanizzato un intero popolo. I più accreditati in casa Pd per la fascia da sindaco, al momento, sono l’assessore Matteo Lepore e l’eurodeputata Elisabetta Gualmini.

La seconda, di centrodestra, dovrà capire se riconfermare per la quarta volta Roberto Dipiazza come primo cittadino. Se la coalizione di Salvini vincesse solo qui sarebbe una sconfitta. Se strappasse una tra Roma, Milano o Torino, invece, poco importerebbe del risultato friulano. Con buona pace di Dipiazza.

 

 

Andrea Maccagno

Photo Credits: Wanda Montanelli