Il prossimo 6 novembre i cittadini statunitensi saranno chiamati alle urne per le elezioni di midterm: in ballo c’è il rinnovo della Camera dei rappresentanti e di un terzo dei seggi del Senato, nonché l’elezione della maggior parte dei governatori statali e di diverse assemblee legislative locali. Come di consueto, si tratterà di un referendum politico sul presidente in carica, benché per tradizione l’inquilino della Casa Bianca sia destinato a perdere le elezioni di metà mandato ben due volte su tre. Gli unici a spuntarla furono F. D. Roosevelt nel lontano 1934 e G. W. Bush nel 2002. Questo perché non trattandosi di elezioni presidenziali, l’affluenza tende a essere contenuta e il confronto ruota soprattutto attorno alle ideologie contrapposte nelle urne. Un tratto che solitamente spinge a disertare l’appuntamento in primo luogo gli elettori moderati – ovvero quelli che fanno la differenza in ogni elezione presidenziale. Martedì il popolo americano avrà l’occasione di emettere il proprio giudizio su Donald Trump a due anni di distanza dalla sua sorprendente elezione alla presidenza degli Stati Uniti.

Abbandonando la cautela con cui i suoi predecessori si sono tenuti a distanza dalle insidiose elezioni di midterm, nelle ultime settimane il tycoon repubblicano ha trasformato la consultazione in un vero e proprio test popolare su di sé, forte di alcuni dati apparentemente incontrovertibili e nonostante il rischio di eccitare ulteriormente i già pesanti pregiudizi che ne gravano sulla persona sin dai tempi della vittoria su Clinton. La crescita del Pil, ad esempio, viaggia a una robusta media annuale del +2,6% mentre l’economia statunitense produce oltre 2 milioni di nuovi lavoratori l’anno, la borsa sta battendo ogni record storico e la riduzione delle imposte sulle persone fisiche e giuridiche dal 35 al 20% ha già messo in moto un processo di incremento dei salari minimi. Frattanto l’aggressiva guerra tariffaria lanciata con l’intento di riequilibrare il più gravoso deficit commerciale al mondo e ridare slancio a specifici settori dell’economia nazionale sta colpendo soprattutto la rivale Cina, mettendo sotto pressione le punte di lancia del suo export e negandole quel vitale progresso tecnologico esplicitamente volto a superare il primato di Washington. La Casa Bianca ha persino notificato al Congresso l’intenzione di negoziare accordi di libero scambio bilaterali con Ue, Giappone e Regno Unito e vorrebbe fare lo stesso con altri membri della Trans-Pacific Partnership (Tpp) dopo che la prima mossa di Trump dallo Studio ovale era stata proprio il ritiro dalla stessa Tpp. Raccontata per mesi come attentato alla globalizzazione, la guerra commerciale degli Stati Uniti sta finalmente mostrando il proprio volto strategico, dimostrando che la partita pertiene a un campo ben più importante dalla mera questione economica.

Intanto prosegue il ritiro delle truppe all’estero (-22mila) e la superpotenza ha già tagliato circa 4 miliardi di dollari ad aiuti bilaterali e fondi Onu, segno che gli Usa penseranno sempre prima ai propri interessi nazionali e non si preoccuperanno più di risolvere tutti i problemi del pianeta. È la rinuncia, forse definitiva, ad americanizzare il mondo. Non a dominarlo.

 

Alberto De Sanctis