Nonostante il grande cancan mediatico, le elezioni di metà mandato hanno sostanzialmente lasciato tutto invariato nella politica Usa. Quel che colpisce è lo stridente divario tra la narrazione apocalittica della presidenza Trump alimentata dai media – ahinoi, anche nostrani – e un risultato elettorale da cui il presidente repubblicano esce tutto sommato meglio di molti suoi illustri predecessori. Il tycoon newyorkese ha perso infatti una trentina di seggi alla Camera dei rappresentati contro gli oltre sessanta lasciati sul campo alle midterm del 2010 da Barack Obama, mentre è riuscito nell’inusuale impresa di rafforzarsi al Senato – un fatto talmente raro nella storia politica americana da essersi verificato solo cinque volte negli ultimi 105 anni. Se è vero che l’inquilino della Casa Bianca si è tramutato formalmente in un presidente dimezzato (lame duck nel gergo anglosassone), è bene considerare che in un mandato di quattro anni il presidente può ottenere al massimo una sola riforma legislativa e Trump ha già spuntato quella fiscale col plauso dei suoi alleati conservatori. Né il passaggio in campo democratico della Camera dei rappresentanti può preludere all’impeachment del magnate repubblicano. A dispetto delle interpretazioni europee della politica d’Oltreoceano, il parlamento statunitense possiede visioni proprie che prescindono dalle spesso artificiali divisioni partitiche e sono il frutto della notevole omogeneità degli americani e del peso specifico dell’istituzione. Tecnicamente poi, se il processo di messa in stato d’accusa parte dalla Camera (oggi democratica), spetta al (repubblicano) Senato l’ultima parola su un’eventuale condanna del capo dello Stato, peraltro mediante voto a super-maggioranza dei due terzi.

Guardando alla prossima corsa elettorale del 2020, le elezioni di martedì confermano che l’andamento dell’economia non sarà sufficiente a determinare chi salirà alla Casa Bianca fra due anni. Impostando la campagna delle midterm sulla questione identitaria anziché su quella economica, Trump sembra aver compreso che agli americani non basta la crescita sostenuta del Pil e il calo della disoccupazione. Piuttosto, pretendono una ridistribuzione della ricchezza e un allentamento di quel peso strategico che grava sul cuore demografico della nazione, il Midwest ceppo germanico d’America che assieme alla Florida deciderà la corsa del 2020. In campo democratico, sulla “vittoria mutilata” alle elezioni di metà mandato ha inciso l’assenza di una strategia coerente per tornare alla Casa Bianca, complice la triplice e bruciante sconfitta patita dagli astri nascenti del partito: Andrew Gillum in Florida, Stacey Abrams in Georgia e Beto O’Rourke in Texas. Inoltre, la crescente minoranza ispanica non è parsa ancora in grado di sconvolgere il panorama elettorale di Stati cruciali, su tutti il Texas, né è detto che i latinos sceglieranno di passare massicciamente per il Partito democratico prima di assimilarsi al resto della popolazione, con buona pace del massiccio utilizzo di candidati esotici da parte Dem nell’ultima consultazione. La grande sollevazione di popolo invocata contro l’odiato Trump, infine, è andata poco o niente oltre i confini naturali della sinistra.

Alberto De Sanctis