Nonostante le richieste di revisione avanzate dalla Commissione europea, in settimana il governo italiano ha confermato la propria finanziaria. Già bocciata dagli organismi comunitari e avversata dagli esecutivi di Germania, Austria e Olanda su tutti, visti gli sforamenti previsti dagli alleati penta-leghisti e stante l’ampio debito pubblico dell’Italia. Il braccio di ferro in fieri sul bilancio tricolore è naturalmente una questione che travalica il suo mero senso economico e che non riguarda soltanto il nostro paese: in ballo ci sono infatti il concetto di sovranità di uno Stato membro nell’Ue e la necessità di disinnescare quella bomba che per la moneta unica sarebbe un’eventuale insolvenza della sua terza economia, tale da gettare nel caos l’intera euro-architettura. La posizione del governo Conte è resa più complicata dalla particolare fase storica che attraversa il progetto europeo, segnata da molteplici spinte centrifughe (Brexit su tutte) che obbligano Bruxelles a mostrarsi intransigente e a far valere tutto il suo peso negoziale. In questo senso, lasciano pochi dubbi le parole pronunciate martedì di fronte all’europarlamento dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, alla guida del principale fra i paesi “creditori” di eurolandia, la quale ha affermato che “chiunque provi a risolvere i problemi creando altro debito, ignorando precedenti impegni assunti, mina la stabilità alla base dell’euro”. Oltre l’ortodossa impostazione economica tedesca, pesano sull’approccio di Berlino i fluidi equilibri politico-elettorali in Germania, che costringono Merkel a non far gravare sui propri contribuenti ed elettori l’aggiramento da parte dell’Italia dei vincoli posti dai trattati Ue. I governi di Vienna e Amsterdam, del resto, hanno già chiesto a gran voce l’apertura di una procedura d’infrazione contro Roma per debito eccessivo.

Frattanto, dopo il via libera definitivo al decreto sicurezza e immigrazione della scorsa settimana, la Lega di Matteo Salvini continua a rafforzarsi nei sondaggi. L’ultima rilevazione di Swg fotografa un partito che si attesta al 30,4% negli indici di gradimento, guadagnando l’1,3% rispetto all’ultima rilevazione e staccando l’alleato M5s al 27,4%, in caduta anche questa settimana dello 0,8% probabilmente a causa delle fortissime tensioni interne fra gruppo dirigente e “dissidenti”. L’ascesa del partito di Matteo Salvini rappresenta un fenomeno straordinario sotto tanti punti di vista. In primo luogo, perché capace di balzare dal 4,1% delle politiche del 2013 al 17,4 delle politiche del 2018 e a oltre il 30% delle attuali intenzioni di voto, il tutto operando una complessa metamorfosi che non ha pari in Europa: da partito secessionista e regionale a forza nazionalista e nazionale. Oggi la Lega è non solo il più vecchio partito italiano ma anche quello più organizzato sul territorio, con le sue sezioni, i suoi militanti e le sue regole severe sulla membership. Tratti esaltati fragorosamente dalla scarsa capacità organizzativa e relazionale del M5s. Il vero punto interrogativo riguarda il futuro, ovvero il modo in cui il leader Salvini saprà completare il superamento del Rubicone geografico e spirituale della Lega verso Sud, senza per questo rinunciare agli storici tratti identitari del partito.

 

Alberto De Sanctis