Si è aperto a Buenos Aires un forum G20 segnato da tensioni di cronaca (caso Khashoggi, Mar d’Azov) e grandi partite internazionali, come la guerra commerciale americana a Pechino e il futuro del progetto europeo. Creato nel 1999 al culmine di una successione di crisi finanziarie, il G20 avrebbe dovuto costituire un foro multilaterale volto a favorire l’internazionalità economica e la concertazione delle rispettive politiche fra paesi di consolidata e più recente industrializzazione. Negli anni, in realtà, il G20 si è distinto soprattutto per essere un summit senza alcun potere, mera cornice allestita a corredo dei ben più cruciali incontri bilaterali organizzati fra i leader mondiali. In Argentina il fulcro del forum è sicuramente l’incontro fra i presidenti di Stati Uniti e Cina, Donald Trump e Xi Jinping. L’assalto strategico statunitense colpisce e rischia di travolgere il colosso asiatico proprio quando Pechino si accingeva ad affrontare quei limiti interni che nella sua storia non ha mai saputo risolvere. Ovvero rendere omogeneo l’immenso territorio cinese attraverso il trasferimento di ricchezza verso un povero entroterra dalla ricca costa, dominata dagli oligarchi e colpita dai dazi Usa per impedire la realizzazione di tale storico processo.

Nonostante la magnitudine della sfida sino-americana, in Italia è stato l’annullamento del vertice Trump-Putin a catalizzare la gran parte delle analisi e dei reportage dedicati al summit, segno inequivocabile di una mentalità ancora attanagliata a categorie del passato (con la Russia nei panni dell’Unione sovietica) e alla ricerca di stucchevoli quanto improbabili scoop circa il ruolo decisivo del Cremlino nell’eleggere alla Casa Bianca il controverso tycoon newyorkese. Anche per il governo italiano il G20 argentino fa da contorno a ben altro genere di obiettivi nazionali. Il riferimento in questo caso è al difficile negoziato con la Commissione europea sui contenuti della legge di Bilancio. Soprattutto dopo l’ultimo passo formale dell’Ue: il Comitato economico e finanziario ha dato il proprio parere favorevole alla sanzione contro Roma. Domani sarà infatti di scena il bilaterale tra Giuseppe Conte e Jean Claude Juncker con cui il premier italiano chiederà alla controparte di valutare lo sforzo delle ultime ore per limare di un paio di punti decimali il deficit.

La partita è come sempre di natura politica e si intreccia agli equilibri di potere fra gli alleati di maggioranza, a ben vedere mai così in affanno. Da una parte c’è Matteo Salvini, dettosi possibilista a un intervento sui saldi di finanza pubblica e galvanizzato dall’inesorabile ascesa nei sondaggi della Lega, complice l’aver saputo evitare i provvedimenti di spesa più divisivi per concentrarsi su temi altamente visibili e soprattutto sentiti quali immigrazione e sicurezza. Dall’altra invece Luigi Di Maio, che esclude riduzioni del deficit ora che la sua leadership è indebolita dalle rivelazioni sull’azienda di famiglia e mentre il Movimento è in ebollizione per aver perduto l’egemonia elettorale del 4 marzo e aver dovuto fare i conti con una serie di dietrofront e disorganizzazioni. Frutto dell’inesperienza, forse, ma che in politica alla fine non mancano di presentare il conto.

 

Alberto De Sanctis