Non poteva passare inosservata la conversazione informale fra il premier Giuseppe Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel andata in scena a margine dei lavori del forum di Davos. Soprattutto per il contenuto, con il primo ministro Conte a spiegare la situazione politica italiana alla leader tedesca e ad ammettere il tracollo del consenso del M5s sull’alleato leghista registrato da più parti negli ultimi mesi. Emblematica soprattutto la chiosa finale su quali temi potrebbero aiutare il Movimento a riprendere quota in campagna elettorale. Quel che colpisce è che la scenetta si è svolta al termine di una settimana segnata dalle fragorose accuse di colonialismo alla Francia, lanciate dal vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio col sostegno di altri esponenti pentastellati di spicco. A Parigi è stata imputata la responsabilità sulla gran parte delle situazioni di crisi africane da cui avrebbero avuto origine le migrazioni di massa. Ora, che la Francia abbia rilevanti interessi nel Continente Nero è un fatto incontrovertibile, così come che abbia le sue colpe nella situazione di instabilità e pericolosità che ha travolto la Libia negli ultimi otto anni. Ma da qui a ricondurre all’azione transalpina l’origine dei tanti mali che affliggono i paesi africani ce ne passa. Per questo motivo è lecito pensare che la polemica sul neocolonialismo sia il frutto di un’inadeguata valutazione dei fatti oppure sia semplicemente strumentale, volta cioè a ricreare il consenso in vista delle prossime elezioni europee. I benefici politici di un riferimento al maligno (neo-)colonialismo francese sono infatti piuttosto evidenti. C’è il richiamo a un tematica capace di attrarre potenziali elettori di sinistra e suscettibile di essere piegata a una chiave di lettura funzionale alla classica contrapposizione deboli contro forti, dunque popolo contro élite. C’è poi la volontà di conquistare visibilità su un tema gravido di potenziale elettorale e finora di pertinenza quasi esclusiva della Lega, nonché di riprendere la polemica contro un Paese dichiaratamente anti-populista ed europeista come la Francia verso cui gli italiani nutrono sentimenti ambivalenti.

Il fatto è che nell’Italia della campagna elettorale senza fine e dell’incessante rincorsa al consenso, poco importa che gli attacchi a Parigi rischino di urtare l’interesse nazionale di mantenere buone relazioni con gli alleati più stretti ed evitare l’isolamento internazionale a seguito di gaffe diplomatiche. Sullo sfondo ci sono i dubbi esistenziali dei Cinquestelle, mai tanto divisi fra l’anima di palazzo e quella movimentista e costretti a difficili compromessi politici nei primi sei mesi di governo che hanno intaccato la fiducia della loro base elettorale. Emblematica sotto questo profilo è la domanda che si è posto in settimana il Financial Times per riflettere sulle difficoltà del M5s: “Cosa succede quando un partito anti-establishment diventa esso stesso parte dell’establishment?”. Attualmente per Di Maio e soci la necessità è di evitare un risultato deludente alle europee di maggio che aprirebbe l’inevitabile processo alla direzione del partito. Non è un caso che l’offensiva antifrancese coincida con il tentativo più vasto di recuperare l’originario approccio movimentista in materia di infrastrutture, ambiente ed energia.

 

Alberto De Sanctis