La scorsa settimana il Consiglio dei ministri ha varato su proposta del premier Giuseppe Conte una delega complessiva sulle semplificazioni dei codici e dei contratti pubblici che, di fatto, amplia la portata del disegno di legge in materia, approvato lo scorso 12 dicembre ma che non era mai arrivato alle Camere. I provvedimenti attribuiscono al governo poteri di legiferazione su materie “pesanti” come economia, edilizia, territorio, energia, lavoro e diritto civile che, se approvati dal Parlamento, porranno Palazzo Chigi al centro di una rilevante attività finalizzata a ridurre la burocrazia e rilanciare la competitività del paese. La settimana che sta iniziando, invece, potrebbe essere quella della svolta per l’atteso decreto-legge di riforma del codice degli appalti, che si pone l’obiettivo di far ripartire molti cantieri della Penisola e produrre conseguenze immediate sull’attività economica. Discorso analogo per “Proteggi Italia”, il piano contro il dissesto idrogeologico presentato mercoledì e che di fatto costituisce il primo intervento pubblico di spinta agli investimenti dopo la frenata del Pil registrata a fine 2018.

Certamente le mosse del governo possono essere lette tenendo conto degli allarmi diffusi sullo stato di salute dell’economia italiana, nonché della presenza di un contesto internazionale fattosi meno favorevole. Come pure, ça va sans dire, di considerazioni squisitamente politiche. Non è un caso che le novità in materia di semplificazione, appalti e investimenti giungano a corredo di una settimana piuttosto movimentata sul fronte interno, inaugurata dal successo elettorale del centrodestra in Sardegna e dalla nuova débâcle del M5s dopo la sconfitta abruzzese, nonché dalle incessanti frizioni fra gli alleati su dossier divisivi quali, da ultimo, legittima difesa e autonomie. L’impegno risoluto con cui il primo ministro Conte sta cercando di portare avanti l’attività di governo è l’antidoto esibito da Palazzo Chigi contro il diffondersi di una percezione di difficoltà crescenti nel rapporto fra M5s e Lega presso il pubblico italiano. Prova ne sia l’intenzione del premier di avocare a sé la gestione del progetto-Tav, divenuto la quintessenza della distanza ideologica fra i due partner di maggioranza e che rischia di toccare vette insostenibili col progredire della campagna elettorale per le europee di maggio. Il voto per il rinnovo dell’emiciclo di Strasburgo permetterà infatti di fissare i rapporti di forza fra M5s e Lega e di verificare l’entità del consenso popolare verso il governo a un anno dal giuramento. A livello continentale, la possibilità di assistere a un risultato storico delle forze sovraniste e antisistema sta mettendo in allarme i protagonisti del tradizionale gioco di potere nel Parlamento europeo, dando luogo a fatti politici di assoluto rilievo come la prospettata espulsione di Viktor Orban dal Partito popolare europeo. Se i reiterati attacchi ungheresi al presidente Juncker hanno provocato la decisa levata di scudi dei partiti ‘nordici’ del gruppo (olandesi, svedesi, belgi e lussemburghesi), l’oggetto del contendere è in realtà ben più pressante. Cosa farà il Ppe all’indomani del 26 maggio per non perdere la sua leadership a Strasburgo? Da un lato l’alleanza con i socialisti in chiave antipopulista, ma senza Orban. Dall’altra il dialogo con le forze nazionaliste e dunque l’inevitabile spostamento a destra del gruppo.

 

Alberto De Sanctis