L’arresto per corruzione e traffico d’influenze illecite del presidente 5Stelle dell’assemblea capitolina Marcello De Vito si presta a diversi ordini di considerazioni. In primo luogo, la vicenda costituisce l’ennesimo scandalo esploso in casa M5s e soprattutto il primo in cui sia stato coinvolto un iscritto con l’accusa infamante di corruzione. Per una forza dalle spiccate ambizioni di governo che negli anni ha fondato la credibilità della propria offerta politica sui concetti nobili di onestà e competenza – peraltro ergendosi a salvifico mondatore del perverso sistema partitico nazionale e locale – il danno d’immagine non poteva essere peggiore. In attesa di scoprire se le accuse contro De Vito saranno confermate in giudizio e preso atto della fulminea espulsione decretata contro di lui da Luigi Di Maio, l’interrogativo di fondo verte sull’effettiva capacità dei 5Stelle di selezionare in maniera adeguata i membri della propria classe dirigente. Tanto più se in una fase di profonda riflessione interna, dopo le dure sconfitte elettorali patite in Abruzzo e Sardegna e nell’imminenza dei voti in Basilicata, Piemonte e per le europee di maggio. In secondo luogo, l’arresto di De Vito rimanda direttamente alla crisi del governo di Roma, che si trascina irrisolta da decenni. La Città Eterna è il caso forse più unico che raro di una capitale di un grande Stato europeo fatalmente incapace di far proprio il ruolo che le venne assegnato di baricentro politico, storico, amministrativo e culturale della nazione d’appartenenza.

Se è vero che in termini generali la crisi di Roma non può essere scissa da quella più vasta che ha investito lo Stato italiano da Mani Pulite in avanti, gli scandali e le manifeste insufficienze delle ultime amministrazioni locali hanno finito per nutrire sensibilmente quel sentimento di avversione popolare nel resto della Penisola contro il suo ruolo di capitale d’Italia. Al punto che ogni trasferimento di denaro pubblico nei suoi confronti venga considerato alla stregua di un mero sussidio improduttivo e mai come una risorsa attivata per l’efficientamento della direzione politico-amministrativa del paese. E che siano occorsi eventi del tutto straordinari quali Olimpiadi, Mondiali e Giubilei per giustificare grandi programmi di spesa a vantaggio della città. In terzo luogo, colpisce il tempismo con cui si è mossa la magistratura nell’ordinare l’arresto di De Vito. L’esponente pentastellato è stato infatti incarcerato giusto alla vigilia della storica visita ufficiale in Italia del presidente cinese Xi Jinping, infliggendo anche solo per questa semplice coincidenza temporale un altro bruciante colpo alla forza di governo che negli ultimi tempi più si era spesa per forgiare il sodalizio con Pechino. Ma è vero anche il contrario: lo sbarco italiano del presidente-imperatore cinese finirà infatti per distogliere buona parte dei riflettori dallo scandalo capitolino. Infine un paradosso. Mentre la notizia del fermo di De Vito faceva il giro delle redazioni romane e nazionali, in Senato la maggioranza votava sostanzialmente compatta contro la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del vicepremier Matteo Salvini in merito al "caso Diciotti". Così, mentre nella parabola del Movimento si apriva una nuova crepa dagli esiti ancora imprevedibili, il leader leghista incassava anche il plauso del Parlamento per la gestione dell’emergenza migranti estiva.

 

Alberto De Sanctis