Dieci giorni fa una sentenza storica della Corte di giustizia dell’Ue ha annullato la decisione presa quattro anni prima dalla Commissione europea di bocciare l’intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) in favore di Banca Tercas.

Nel 2015 i burocrati della Commissione stabilirono che i 265 milioni di euro versati al piccolo istituto di credito abruzzese dal Fondo (in realtà un consorzio di banche private) avessero violato la disciplina degli aiuto di Stato, risultando pertanto lesivi della concorrenza e financo suscettibili di influenzare il commercio tra gli Stati europei. Poco importava che Tercas rappresentasse soltanto lo 0,1% del sistema bancario italiano, come pure che operasse quasi esclusivamente in Abruzzo. La presa di posizione delle autorità europee non fu priva di conseguenze rilevanti e tali da spingersi ben al di là del mero salvataggio di Tercas. Difatti, la linea imposta all’Italia dall’inflessibile commissario alla concorrenza Margrethe Vestager e dai tecnici della DgComp fu tale che nel novembre 2015 lo stesso Fitd si dovette astenere dal tentare il salvataggio di Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti, con conseguente distruzione di ricchezza e soprattutto fiducia dei risparmiatori italiani nel momento in cui i quattro istituti andarono incontro al fallimento.  

La sentenza della Corte Ue ha spinto il presidente dell’Abi Antonio Patuelli a chiedere le dimissioni di Vestager, nel frattempo candidatasi a diventare la prima presidente donna della Commissione europea in vista della scadenza del lussemburghese Jean-Claude Juncker. Da tempo Bankitalia, Confindustria e Mef chiedono invece la revisione delle regole europee sul bail in, alla base del modello di unione bancaria prospettato in questi anni dai tecnici guidati dalla stessa Vestager. Infine, il premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi valutano se intentare un’azione risarcitoria contro l’esecutivo europeo, decisione squisitamente politica e prospettiva assai allettante con l’avvicinarsi della campagna elettorale di maggio.

La vicenda non mancherà anche di alimentare il dibattito politico che verte sulla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario, istituita da una legge approvata un mese fa a Montecitorio (con votazione pressoché unanime) e promulgata in data odierna dal capo dello Stato. Lo stesso presidente Sergio Mattarella si è premurato di trasmettere ai presidenti di Camera e Senato il timore che la commissione finisca per diventare uno strumento nelle mani dei partiti per mettere all’indice in primo luogo l’attività di vigilanza della Banca d’Italia sul sistema creditizio nazionale. A maggior ragione dopo le prese di posizione contro i vertici di Via Nazionale da parte dei due vicepremier e la loro richiesta di un cambiamento nel gruppo dirigente che ebbe a guidare l’istituto centrale al tempo delle crisi bancarie. In questo quadro si inseriscono le dimissioni a sorpresa di Salvatore Rossi dall’incarico di direttore generale della Banca d’Italia. Sviluppo che ha permesso al governo e Palazzo Koch di trovare l’intesa sulle nomine pendenti al vertice della banca centrale: Rossi sarà infatti sostituito da Fabio Panetta, attuale vicedirettore generale della Banca d’Italia, a sua volta coadiuvato da Daniele Franco e Alessandra Perrazzelli.  

 

Alberto De Sanctis