Che genere di futuro può stagliarsi davanti a un paese in cui pezzi di spicco del suo stesso governo bandiscono noncuranti feroci guerre sante nei confronti delle grandi imprese nazionali? E dove potrà mai condurre il sentiero del rancore antindustriale se imboccato in un frangente già segnato da una preoccupante quanto persistente fragilità economica? Le domande sorgono quasi spontanee dopo gli attacchi a Ilva e Atlantia lanciati dal vicepremier Luigi Di Maio in nome di un apparente quanto non meglio precisato furore iconocla- sta. Che lascia perplessi in primo luogo per esser stato liberato da quel superministro a cui in linea di principio sono state affidate le sorti di sviluppo economico e lavoro italiani. Bollare come azienda «decotta» un leader globale nel settore delle infrastrutture di tra- sporto autostradali e aeroportuali come Atlantia, che impiega 31 mila dipendenti in 23 diversi paesi fatturando miliardi di euro l’anno, non può lasciare indifferenti. Tanto più se configura anche un vero e proprio assalto frontale al sistema finanziario nazionale e alle sue più elementari regole di trasparenza. Il gruppo che fa capo alla famiglia Benetton era inoltre in odore di compromesso con il governo italiano per la sua partecipazione al salvataggio di Alitalia in cambio della rinuncia da parte dell’esecutivo alla revoca delle concessioni. Una possibilità fortemente osteggiata dai 5Stelle e adesso azzerata dall’uscita di Di Maio. Eppure, sensata in un’ottica industriale. Atlantia è infatti proprietaria di Aeroporti di Roma, un asset probabilmente decisivo per agganciare stabilmente gli americani di Delta Airlines ai pochi  investitori disposti a intervenire nella ex compagnia di bandiera italiana dei cieli.

La vicenda si presta naturalmente a diverse chiavi di lettura politiche. Da una parte c’è lo scontro intestino fra il vicepremier e l’altro enfant prodige del Movimento, Alessandro Di Battista, che avrebbe costretto lo stesso Luigi Di Maio alla faccia feroce pur di non perdere il favore della base pentastellata in una partita dalle implicazioni tanto figurative stante lo spettro del disastro di ponte Morandi a Genova. Dall’altra c’è l’ennesimo terreno di scontro apertosi fra Lega e M5s, che ha garantito al vicepremier Matteo Salvini una nuova occasione per recitare la parte dello statista rassicurante agli occhi di investitori, risparmiatori e lavoratori spiazzati dalla furia dei Cinque Stelle. L’episodio nel suo complesso preoccupa poiché testimonia quanto sia debole la presenza dei temi industriali nel discorso pubblico italiano. Un vero e proprio paradosso per un Paese che si fregia del titolo di seconda manifattura d’Europa alle spalle della locomotiva tedesca, nonché di appartenere al club esclusivo dei G7 della Terra. Difficile spiegare altrimenti la leggerezza con cui il governo di Lega e M5s è arrivato a un passo dalla rottura con ArcelorMittal, con cui soltanto otto mesi fa concludeva un accordo di fondamentale importanza per la cessione dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria. La fine dell’immunità penale per i gestori del centro siderurgico ha spinto il colosso franco-indiano dell’acciaio a minacciare di lasciare Taranto se la situazione non verrà sanata. La domanda è lecita: ma a chi conviene lo scontro continuo con le aziende?

 

Alberto De Sanctis