In 20 anni il peso economico dell'Italia rispetto al Pil mondiale vale la metà. Lo dimostrano le previsioni del Fondo Monetario Internazionale per il 2020, che vedono l'economia italiana contare solamente per l'1,68% del Pil globale, in discesa rispetto al 2019 (1,72%). Nel 2000 l'Italia pesava per il 3,26%.

Il Fondo monetario va oltre, e guarda anche al medio-lungo termine. E non sono buone notizie. La tendenza alla discesa continuerà e nel 2024 l'Italia scenderà anche sotto la soglia psicologica dell'1,5% (1,49%).

In altre parole se indossiamo gli occhiali degli investitori internazionali (che in autunno torneranno di grande moda) ci accorgiamo che non è solo la Grande Crisi del 2008 ad aver abbattuto la nostra economia. O per lo meno la crisi ha dato solo una spinta propulsiva ad una consolidata tendenza. Se andiamo indietro nel tempo, dal 1980 (quasi 40 anni fa) non c'è stato un singolo anno in cui il peso del Pil italiano rispetto a quello globale sia cresciuto.

 

Ma che significa tutto questo? Significa che non basterà una finanziaria lacrime e sangue in autunno per far tornare tutte rose e fiori. Significa anche che siamo ancora nel G8 per il rotto della cuffia. Siamo all'ottavo posto insidiati a un'incollatura (2,1 trilioni di dollari vs 2,09 trilioni di dollari di PIL) dal Brasile, che cresce molto più di noi (+2,3% nel 2019) e dunque molto presto ci supererà.

Essere stabilmente nel G8 significa non solo far parte della vera élite dell'economia mondiale in termini di visibilità internazionale, ma soprattutto prendere decisioni collettive su scelte economiche di impatto diretto sui nostri conti pubblici. 

I problemi strutturali della nostra economia si chiamano: bassa natalità (età media della popolazione troppo elevata e destinata ad aumentare), bassa produttività (molto al di sotto della media dei principali competitor europei), alta disoccupazione, forte dipendenza energetica dall'estero, bassi investimenti in ricerca e innovazione, tasse tra le più alte al mondo con servizi corrispondenti per i cittadini piuttosto scadenti (fatta eccezione per eccellenze sanitarie soprattutto al Nord).

Riformare la nostra economia in modo strutturale e invertire questa tendenza italiana al declino non impegnerà questo o il prossimo governo. Servirà almeno un decennio di sacrifici per mettere in moto un motore diverso. A patto che il genio italiano ne scopra la formula magica per inventarlo.

 

Paolo Bozzacchi