Camminare per 40 anni sognando la Terra Promessa. Poi arrivare ad un passo e morire prima di entrarci. E' questa l'Odissea cui andò incontro Mosé secondo il racconto della Bibbia. Ebbene, la storia del Mose di Venezia al centro della cronaca e del dibattito politico di queste ore rischia di finire nella stessa maniera. Iniziati i lavori nel 2003, il Mose non è ancora in grado di assolvere alla sua funzione principale: salvare Venezia quando la marea si alza oltre il livello di guardia. Come a Genova col Ponte Morandi e in tante altre occasioni precedenti, in Italia ci si dà una mossa dopo anni di cammino a passo di lumaca dopo che si sono contate le vittime di disastri ambientali (e non).

 

Che sia stato completato o meno per il 94% (come affermano i costruttori), che sia o meno già obsoleto (Di Maio dixit), il Mose è in costruzione da oltre 15 anni e non è ancora in grado di funzionare. Ovviamente di fronte alla tragedia il Governo rassicurerà che verrà completato al più presto. Viene convocato d'urgenza un Consiglio dei Ministri straordinario, nominato un Commissario (Elisabetta Spitz).

Ma il rischio vero inizierà non appena l'acqua si abbasserà e inizierà la ricostruzione. La stessa che dopo 10 anni a L'Aquila è stata completata al 30%. Come scemerà l'attenzione politica e mediatica i Veneziani dovranno fare i conti con la burocrazia per ottenere aiuto dallo Stato, ma soprattutto con l'acqua alta invernale che rischia di creare nuovi danni. 

E il Mose? Rischia di finire come Mosé. Ad un passo dalla Terra Promessa (asciutta) le 78 barriere cominceranno a fare il loro mestiere separando le acque, come sul Mar Rosso.