Dalla lettura del d.p.c.m. dello scorso 24 aprile e, ancor di più, ascoltando la conferenza stampa con cui il Presidente del Consiglio ne ha anticipato i contenuti, ciò che emerge è l’immediata percezione della mancanza di un qualsiasi riferimento alla responsabilità individuale, o meglio, all’autoresponasbilità del cittadino.

Occorre in primo luogo mettersi d’accordo sulle definizioni. L’autoresponsabilità a cui si fa riferimento non coincide con il principio del sibi imputet del diritto romano e che trova accoglimento, tra gli altri, nell’art. 1227 c.c., il quale stabilisce che se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito.

In questa sede si fa riferimento all’autoresponsabilità come principio generale, che rappresenta il precipitato del più ampio principio di autodeterminazione del soggetto, inteso come il diritto riconosciuto a ciascuno di compiere scelte in via autonoma ed indipendente, declinato in più parti della nostra Carta costituzionale. E’ un principio che ha a che fare con le libertà fondamentali dell’individuo e con il rapporto tra individuo e società e tra individuo ed autorità.

Secondo il principio di autoresponsabilità il soggetto è responsabile delle proprie azioni in quanto autodeterminatosi nel proprio agire, a prescindere dal comando e dal controllo dell’autorità.

A differenza di quanto accaduto in Italia, il successivo 28 aprile, nel corso di una conferenza stampa, il Primo Ministro francese, Edouarde Philippe, ha comunicato che “la fine del lockdown si basa sulla responsabilità individuale e la coscienza che ciascuno deve avere nei confronti degli altri” e che, se necessari, “saranno previsti meccanismi di controllo, ma l’obiettivo è di contare sul senso civico di tutti” (fonte Corriere.it).

Due approcci completamente differenti al medesimo problema, dunque. Ma mentre in Francia si punta all’autoresponsabilità dei cittadini, nel nostro Paese il principio di autoresposabilità non esiste, o comunque non esiste nell’agenda del Governo.

Le ragioni addotte dal Premier Conte sono legate al rischio ancora troppo elevato che comportamenti irresponsabili di una parte dei cittadini, nel caso di allentamento della quarantena, possa portare ad una nuova recrudescenza dell’emergenza sanitaria. Si ripercorre, in buona sostanza, il vecchio cliché dell’italiano indisciplinato e refrattario alle regole e dal quale non si uscirà mai se siamo noi i primi ad esserne convinti.

Ma come scriveva Hans Jonas nel 1979 ne “Il principio responsabilità”, “ogni ampliamento della libertà è una grande scommessa sull’eventualità che il suo buon uso prevalga su quello cattivo. Sicuro che le cose vadano così sarà soltanto chi è convinto dell’innata bontà dell’uomo… Ma anche chi non lo è, deve accettare la scommessa della libertà, essendo questa un valore in sé e degna che si paghi per essa un prezzo elevato”. La riflessione di Jonas riguarda proprio la necessità del controllo del comportamento della collettività, soprattutto quando si tratta di liberare la società da comportamenti individuali problematici, ponendosi il problema “di un’assistenza sociale che riduce il cittadino a suddito anziché emanciparlo”, che presenta numerose questioni relative ai diritti dell’uomo e alla sua dignità. La conseguenza è che quando la via di affrontare i problemi umani viene sostituita dal corto circuito di un meccanismo impersonale si toglie la dignità di sé alla persona e, allo stesso tempo, si compie  “un ulteriore passo in avanti sulla via che porta dai soggetti responsabili ai sistemi programmati di comportamento”. E’ solo, dunque, con il riconoscimento dell’autoresponsabilità che il cittadino abbandona lo status di suddito. Al contrario, fin quando al cittadino non sarà riconosciuta l’autoresponsabilità, rimarrà inconsapevolmente relegato allo status di suddito.

Ebbene, di questa riflessione, nell’operare dell’Esecutivo non v’è traccia e non v’è traccia nell’intero panorama politico.

A dispetto di ciò, il principio di autoresponsabilità rappresenta, a parere di chi scrive, uno dei principi fondamentali della democrazia e traccia una netta distinzione, proprio come suggerito da Jonas, tra cittadino e suddito. Il cittadino partecipa, infatti, attivamente alla vita pubblica, è anch’egli corresponsabile delle scelte adottate dalla politica in suo nome e dell’applicazione delle regole. Diversamente, il suddito subisce le scelte del sovrano, che può anche essere illuminato, ma non ne prende parte e, dunque, non ne è in alcun modo responsabile, deve solamente obbedire. Nella condizione di suddito, a differenza che in quella di cittadino, non c’è alcuno spazio per l’autoresponsabilità. E’, infatti, il sovrano l’unico a poter essere auto responsabile. E questa situazione, di apparente vantaggio del sovrano nei confronti del suddito, in realtà è per quest’ultimo una situazione estremamente rassicurante e di grande comodità, in quanto non comporta l’assunzione di alcuna forma di responsabilità, se non  quella della cieca obbedienza al sovrano.

Nel caso, però, in cui anche in un sistema democratico, come avviene oggi in Italia, non ci sia spazio per il principio di autoresponsabilità, la conseguenza è che nessuno è responsabile, la responsabilità si trova sempre altrove. Le decisioni devono essere prese dal potere politico e dal potere politico devono essere fatte rispettare, il cittadino non ne prende parte. Ma siccome, come stabilito dall’art. 1 della Costituzione, il potere appartiene al popolo ed il popolo, come appena detto, non è responsabile, accade che non è responsabile neanche chi esercita il potere, che si sente un pari inter pares.

La riprova di ciò, in questo particolare contesto storico, è data dalla proliferazione delle commissioni di esperti. La politica non compie alcuna scelta, proprio perché non responsabile, ma demanda le decisioni alle commissioni le quali, non essendo organi politici, si limitano ad esprimere pareri tecnici in base ai quali poi la politica dovrebbe compiere le sue scelte, innestando in tal modo un cortocircuito dal quale è impossibile uscire. Il Governo diventa, così, il mero esecutore di scelte che risiedono altrove, ed il Parlamento, avvertito come un inutile orpello, viene del tutto ignorato.

Ma questo è l’esatto contrario della democrazia.

 

David Terracina