Dentro ogni crisi c'è un'opportunità. Che si può cogliere solamente se anzitutto si individua e sconfigge il rischio-madre che la crisi stessa porta con sé. Il rischio-madre della pandemia Covid-19 (al di là della salute pubblica) è la guerra tra poveri, il forte aumento delle disuguaglianze sociali che alimentano la paura a 360 gradi. E vincere questa battaglia sta diventando sempre più complicato.

Lo abbiamo notato con i recenti sbarchi di immigrati dall'Africa (23 casi di contagio e rischio focolaio), ce lo conferma la storia di Mondragone (Caserta) dove sono arrivati i 50 militari inviati per rafforzare la vigilanza dei palazzi ex Cirio (fa riflettere anche questo) occupati da immigrati bulgari (cioé europei comunitari) divenuta zona rossa dopo 49 casi di Coronavirus. Sul posto erano già presenti 40 uomini della Questura, a cui oggi se ne aggiungono altri 30. La tensione a Mondragone è tra gli abitanti bulgari e i manifestanti italiani che presidiano il varco d'accesso ai palazzi per impedire ai bulgari (come pare sia successo durante tutto il lockdown) di venire caricati di notti su furgoncini per andare a lavorare nei campi.

Da Mondragone alla zona industriale di Bologna, una delle città simbolo dell'Italia che fa impresa e sta tentando di ripartire. Qui sono stati trovati positivi 64 tra operai e familiari dell'azienda di consegne Bartolini. E al Corriere della Sera il sindacalista Simone Carpeggiani (SiCobas) ha aggiunto che in altri magazzini della logistica tra l'Interporto e Calderara di Reno ci sarebbero un'altra decina di positivi, tra cui "due in Dhl, due in Tnt, 2 in Pelletways". I controlli sanitari della Ausl di Bologna stanno riguardando in totale oltre 370 persone. 

Il polso della situazione "altelena" ce lo danno le parole del Ministro Roberto Speranza: "I piccoli focolai segnalati nelle ultime ore ci dicono che la battaglia non è ancora vinta e che serve gradualità e prudenza nelle prossime settimane".

Prima erano le Rsa sulle quali a turno si accendeva la luce rossa di un nuovo focolaio. Oggi ogni nuovo focolaio racconta storie di lavoro, di lotta per la sopravvivenza e di disuguaglianza. Non c'è dubbio che la prima battaglia sia quella di evitare a tutti i costi una seconda ondata di contagi che darebbe il colpo di grazia alla ripartenza già in atto da settimane. La seconda battaglia, prima politica poi sociale, è quella di evitare che la povertà generata dal virus possa diventare fame nera per troppi.

Stavolta non siamo più nel 1945, quando i soldati USA avevano visto con i loro occhi l'Italia delle macerie e il Piano Marshall si è dimostrato salvifico per evitare che la fame facesse esplodere il Bel Paese. Anche gli Stai Uniti oggi sono parte del problema. Così come è parte integrante del problema l'Unione europea, ferita gravemente dal virus in tutti i grandi Paesi che la compongono (Spagna, Francia, Germania). E alla quale ci stiamo rivolgendo per ottenere gli oltre 170 miliardi di euro del Recovery Fund i cui tempi di arrivo non saranno brevissimi.

Nel frattempo si accendono nuove luci rosse (sempre più frequenti) su disuguaglianze accentuate, vecchie e nuove povertà e settori di lavoro a rischio poco raccontati. Il Covid19 non può e non deve trasformarsi in una guerra tra poveri.

 

Paolo Bozzacchi