Era la notte del 9 marzo e l’Italia andava a dormire da libera per risvegliarsi il giorno dopo in preda alla paura, con un futuro mai così incerto e in una condizione di contenzione e di limitazione delle proprie libertà. La nostra vita non sarebbe mai più stata come ce la ricordavamo, e forse lo avevamo già capito quella notte. 

Era il momento di rispondere con i fatti a una richiesta di aiuto che ci arrivava dall’alto, dovevamo reagire con prontezza fermandoci e paralizzando le nostre esistenze, cristallizzandole per un tempo indeterminato. Un salto nel vuoto colmo di terrore per un nemico terrificante e sconosciuto. Un salto, però, fatto in piena coscienza e con la consapevolezza di stare operando l’unica scelta possibile. Tutto questo spingeva il nostro inconscio verso continui paradossi e conflitti, solo apparenti, degli opposti: la vita e la morte, l’energia e l’immobilismo, la libertà e la quarantena, l’universo interiore e il mondo esterno, l’isolamento e la nostra connaturata propensione alla socialità.

La vita d’altronde si basa sugli opposti, inconciliabili solo in apparenza, poiché necessari e impliciti all’esistenza. È proprio l’incontro tra due polarità opposte che in natura crea energia, ed è sempre lo scorrere dell’energia da un polo all’altro che permette agli opposti di unirsi, come accade nel rapporto tra presente e futuro, tra noto e ignoto. La voglia di scoprire e di indagare realtà e luoghi non conosciuti ha permesso all’uomo di crescere, evolvere e spingersi verso mondi inesplorati, di arricchire le proprie esperienze, di scostarsi dagli errori del passato. Ogni fase storica importante della società moderna ha conosciuto un momento di svolta, un episodio che ha tracciato una linea tra il “prima” e il “dopo”, la nemesi prima della catarsi.

Il giorno dopo il 9 marzo entravamo in un enorme labirinto di Cnosso. Sapevamo però che sconfiggere il Minotauro sarebbe stato quasi impossibile, potevamo unicamente provare ad evitarlo, cercando di non farci trovare mentre tentavamo di uscire da quella prigione. Il labirinto è il simbolo perfetto della nostra attuale condizione. Prigionieri non solo nelle nostre case, ma prigionieri di un percorso interiore nel quale non riusciamo a spezzare la ripetitività delle nostre azioni e dei nostri pensieri.

Una prigionia emotiva e intellettuale che limita le percezioni, le coscienze, la capacità di immaginare il futuro, anche e soprattutto in politica. La nostra libertà, le nostre speranze e la nostra rinascita passano proprio dal modo in cui abbiamo deciso di affrontare questo percorso in mezzo agli intricati dedali imposti da questa quarantena. 

Il concetto stesso di labirinto implica un viaggio interiore per accedere ad un altro livello di coscienza e conoscenza di sé e del mondo che ci circonda. L’uscita dal labirinto non è scontata e presuppone un necessario mutamento di direzione, un cambio di prospettiva, un irreversibile allontanamento dal proprio passato, inedite scelte politiche. Insomma, un nuovo inizio. Solo così riusciremo a liberarci definitivamente dai nostri percorsi tortuosi, dagli ostacoli che ci siamo autoimposti, dalle prigioni della nostra mente

Nel labirinto si celebra la “morte” di ciò che eravamo per apprestarsi ad entrare in una nuova vita, una rinascita guidata dall’esperienza del passato e dalla consapevolezza del presente. Quella che stiamo vivendo è in realtà un’incredibile occasione, forse l’ultima fermata disponibile prima della fine della corsa. È proprio ora, infatti, che siamo così distanti ed avulsi dalla società che riusciamo a vedere le cose con chiarezza e lucidità.  

Forse è proprio questo il momento per immaginare ed impostare il giorno dopo, e solo così, una volta liberi, saremo pronti a riprogettare il nostro Paese e a renderlo un posto migliore, per tutti.

 

Articolo di Valerio Carnevale pubblicato su Il Giorno Dopo